Ma Pasolini è un uomo d’onore. Oggi, piuttosto, si sta « costruendo » Spatola (il cui lavoro appare finora una cosa piuttosto misera) mentre la vetrina prepara altri personaggi, pronti per lo spettacolo editoriale (5). Dalla sponda opposta risponde Moravia (6), con la sua pazienza sorniona, di uomo praticamente non attaccabile, che scrive sulPEipre-wo e sul Corriere della Sera, e si agita Enzo Siciliano (7), con un semplicismo incoerente che registra praticamente solo la ovvia volontà del Gruppo di egemonizzare la cultura. Che il Gruppo 63 (8) ed II Verri stiano tentando una grossa operazione egemonica è fuori di dubbio. Basti pensare che ad essi si sono immediatamente collegati alcuni dei più intraprendenti operatori a disposizione sul mercato, con il solo bagaglio di un’abilità nei contrasti e nelle esibizioni oratorie e di una notevole impronttudine metodologica. Ma che Siciliano aggiunga confusione a confusione è veramente preoccupante. Uno degli elementi più controversi è, nel Gruppo, la questione del rapporto linguaggio-ideologia (che Sanguineti tende a collegare in un’equivalenza). In polemica con Angelo Guglielmi, Siciliano parte da un’infelice definizione di « ideologia », che sarebbe « quella serie di comportamenti (?) che una classe particolare attua, con maggiore o minore consapevolezza, sul terreno della lotta delle classi », mentre è chiaro che i comportamenti non sono ideologia (anche se possono implicarla), almeno nel senso che sono qualcosa di osservabile e non una costruzione del pensiero, una produzione della coscienza che si separa dalla dimensione pratica, che tiene in ombra i rapporti concreti di produzione. D’altra parte poi Siciliano decide che « il rifiuto dell’ideologia è l’unica speranza che culturalmente ha la piccola borghesia di sopravvivere », ed allora non si capisce più nulla, perchè qui sembra che « ideologia » acquisti di nuovo quell’accezione positiva, appunto rivoluzionaria o « trasformatrice del reale », che discende, in modo contorto, dagli anni di Officina. Mentre, anche all’interno della già criticata definizione, la cosa non regge. Il fatto è che in Italia sembra che gli scrittori siano tutti « marxisti » o almeno « di sinistra », e invece si scopre che non solo c’è molto confusione in giro, ma che si sta preparando una massiccia operazione reazionaria. La cosa può essere così delineata. Sta emergendo, nelle pieghe di un atteggiamento pseudorivoluzionario, qualche definita posizione di serena, equilibrata accettazione del nuovo assetto, del mondo « come è ». Cito un po’ alla rinfusa (ed è questo che mi dispiace, ma non è possibile in altro modo): dal passo cauto di un Barilli (che ha paura della « politica »), dalla smaccata abilità satirico-mimetica di Eco, si giunge alla fredda boria di Manganelli, coniugata — se si vuole — con le sbrodola ture di Arbasino. Ognuno può andare (e di fatto va) per suo conto, ma realizza già ora (e prefigura) un emblema della « nuova civiltà letteraria » cui si sacrificherà anche qualche altro nome, più grande, che non dico perchè non mi va di fare il profeta. Intanto registriamo il primo atto significativo, il primo « rifiuto ». Pagliarani che dice di no a Grammatica. Vedete — ha detto con il suo tono un po’ modesto, ma in definitiva forte e mordente — ho partecipato ai lavori preparatori della rivista e « avrei dovuto e voluto far parte della redazione ». Pagliarani è intervenuto nel dialogo a più voci che è stato registrato e pubblicato nel primo fascicolo, ma si è accorto che, forse per la prevalenza delle tesi di Manganelli, in complesso venivano fuori posizioni opposte alle sue. Manganelli parla « di universi linguistici a se stanti, di organizzazione linguistica che non è assolutamente un significato, non comunica mica niente. Ora — continua Pagliarani — o si tratta di una posizione metafisica o non la capisco. In ogni caso è sicuramente l’opposto dei miei indirizzi di lavoro » (9). 4