5) In rapporto a quanto immediatamente sopra, necessità dell’esame, ben fondato metodologicamente, delle istituzioni letterarie (26). 6) In relazione alle parole di T.S. Eliot (ciò che avviene quando è creata una nuova opera d’arte è qualcosa che avviene in tutte le opere d’arte che la precedono) (27), si insiste sulla necessità di una fondazione filologica nell’esame delle strutture le quali 7)saranno studiate non tanto nel sistema che significa le strutture, quanto in quel sistema che si significa attraverso le strutture. Abbiamo detto, questi sono punti certi, pacifici, nei confronti dei quali anche la stilistica integrale insiste. Ci si può chiedere ora come da una matrice di tale qualità, si sia pervenuti alla situazione anarcoide, al tutto è possibile, alle erklärende Formeln, alle formule spiega-tutto, che sembrano voler cancellare in una cavillosa inconsapevolezza ciò che dai primi anni del ’900 ad oggi si è compiuto in sede di pura metodologia. E’ la storia di una riduzione e poi di un irrigidamento proprio delle posizioni anceschiane, di un fraintendimento di queste stesse. Se l’Anceschi in altri anni (1933-’36) cercò un punto di vista, che superasse il dogma, nel « rilievo della continua correlazione soggetto-oggetto nella loro reciprocazione ?>, e se, fuori dalla teoresi, ha cercato come critico di esaminare il modo della correlazione; oggi, sembrerebbe che la critica avanguardistica si limitasse ad accusare la correlazione, senza esaminarla, assolutizzando, come nuovo feticcio, il momento della ragion pura; e così dimentica che, se è vero che una fondazione cognotiva si suppone presente nell’opera d’arte, esiste pure una tensione emozionale a base della stessa, tensione ultima che si esplicita attraverso l’esame stilistico del nesso, del modo allocutorio con cui un certo pittore o poeta o ramanziere si rivolge al pubblico, e, prima ancora, a sé stesso come consapevole discriminatore di ciò che va costruendo. Così; se lo stesso Anceschi nella medesima pagina (28) parla di un « vivente » o di una « corrente di vita », di fronte alla cui esperienza occorre disporsi non dogmaticamente, lo stesso critico non trascura di definire l’esperienza come « la totalità delle infinite modalità della relazione io-mondo », che « non va intesa dunque, nel senso gnoseologistico, limitato astratto, esclusivamente rivolto al passato, che è proprio di una certa tradizione filosofica ». Questa accezione del termine si raccomanda oggi ai nuovissimi critici. Non si tratta dunque di irrigidire la disponibilità fenomenologica, costringendola entro la concidenza di apertura e di sistematica dell’apertura. Se l’Anceschi fonda una propria metodologia sugli scritti di A. Banfi, ebbene, è esattamente questa l’esigenza che oggi si sente: bisogno di arginare, di richiamare all’ordine, di mantenere le poche àncore che ancora possono servire; bisogno di sottolineare che la fenomenologia non è riducibile alla constatazione sistematica dei fatti. Dunque una lettura unidirezionale dei testi di L. Anceschi ha permesso l’irrigidimento o il lassismo dell’apertura; una univoca interpretazione della critica come « intreccio complesso e sfuggente di motivi razionali, culturali, di sensibilità e di gusto ( 29 ) », ha potuto legittimare una lettura di gusto che vuole convincere della superfluità di ogni istituzione critica del passato. Ancora: quando l’Anceschi afferma che « di fatto, il critico è scienziato, ma non si risolve nella scienza e nei metodi; è storico, ma non si risolve nella storiografia; è filologo, ma non si risolve nella filologia » (30), non vorremmo che si dimenticasse che il critico è tutte queste cose insieme: in ogni caso non è mai uomo che puristicamente constata, ma assume 17