una responsabilità nella scelta, alla fine giudica, giacché di scelta occorre parlare, dal momento che non è più possibile presentare l’immagine del critico puro, illeso di fronte ad un mondo economico, politico, culturale, quale è il nostro. Altrimenti che significato avrebbero le parole che lo stesso Anceschi scrive: un mondo il nostro « il cui il più esaltante progresso scientifico appare contemporaneo ad una condizione di lucida delirante angoscia dell’uomo e ad oscure premonizioni di inquietudini sociali nuovissime ( 1) ». Il libro di U. Eco Opera aperta, (32) è già un classico, cioè è già entrato fra le istituzioni di cui si fa storia, così come si fa storia di una esperienza conclusa. Ciò almeno si può affermare, se si è d’accordo con le asserzioni di A. Guglielmi (33). E’ anche questo un indice del costume letterario, tanto che la situazione farebbe riprendere termini come usura delle forme e consumo dei sistemi. Il piccolo volume di A Guglielmi non è nuovo, dal momento che vi si raccolgono scritti per lo più noti, che già diedero motivo a polemiche e ad interventi (34). Ora però si ha l’impressione di tracciare più chiaramente l’arco sul quale si fissano alcune idee che, a tutt’oggi, meritano, a parer nostro, d’essere discusse. E’ un libro che servirà a meglio illustrare una situazione, un costume Un primo rilievo. Ci si chiede come uno sforzo critico (quello di Guglielmi) che usa un linguaggio tradizionale, che si serve di istituti tradizionali possa essere utile strumento alla esegesi di opere intessute di « azioni che fuoriescono dal piano del logico e del razionale ». Opere, quindi, che, presentandosi in una sintassi autre, debbono necessariamente pretendere di troncare qualsiasi relazione con una ermeneutica non autre. Invece i procedimenti critici che Guglielmi e la critica più giovane usano sono da riportarsi al filone storiografico tradizionale, aggiungendo però che di quest’ultimo non conservano il rigore metodologico. Un secondo rilievo va fatto alla distinzione tra Vatteggiamento dell’idea (che dovrebbe qualificare scrittori come Bassani e Cassola) e Vatteggiamento della realtà (qualificante, almeno in Italia, Gadda, Sanguineti, Arbasino). Non si capisce infatti come il secondo (cioè l’atteggiamento della realtà) possa essere tale, cioè come possa cogliere la carne e le ossa del reale, senza la mediazione del primo, ossia dell’atteggiamento dell’idea. O si arriva alla metafisica del reale senza qualificazione, o ci si arresta alla constatazione subita, inconsapevole, cioè incapace di rispettare anche l’ordine intrinseco della cosa (35). Si vorrebbe, in terzo luogo, sottolineare che non basta affermare una crisi dei valori e una sfiducia verso i calchi tradizionali; cioè, come non basta affermare che « per guarire non bisogna essere ammalati » (e qui diamo atto della giustezza della polemica di Guglielmi contro E. Zolla (6), così non è sufficiente sapere di essere ammalati per guarire. Ogni situazione di crisi viene risolta in qualsiasi momento nella scelta di una direzione, o almeno nella ricerca assidua e seria della scelta. A. Guglielmi e l’avanguardia critica e poetica, di cui lo stesso si fa antesignano, si arrestano alla registrazione del dato. Siamo indubbiamente d’accordo che le panacee di un richiamo al passato sono miopi esotismi, ma insistiamo anche nel dire che limitarsi alla accusa di una situazione non è che un modo di erigere la constatazione a una sterile finalità interna. Ma la ricerca, la tensione alla assiologia porta ad essere moralisti, questo pensa forse A. Guglielmi! Dal momento che « le cose hanno perduto la capacità di riflettere contenuti universali », è necessario « catturare la realtà a uno stadio primigenio, di materia fìsica, anteriormente all’intervento di una qualsiasi forma di qualificazione ideologica, morale e sentimentale ». 18