Bisogno ancora di contenuti certi, sicuri? Pare di sì. Ma la storia non serve, cioè la tradizione letteraria e storiografica sono dispensate da un loro ufficio! Allora occorre fondare il rapporto soggetto-oggetto fuori della storia? Dal momento che sentimenti, moralità, ideologia non rappresentano che remore che ritardano o confondono la ricognizione del reale, da questa base non si può partire. Inoltre il giudizio di valore è reso inutile in quanto dovrebbe esercitarsi su « una materia la cui caratteristica essenziale è proprio quella di porsi al di fuori della portata di un giudizio del genere ». A questo punto Guglielmi sembra ricadere nella stessa distinzione tra ragion pratica e ragion pura (che Barilli ha compiuto) quando riconosce l’utilità pratica e comportamentistica della ideologia, ma non ne ammette l’utilità nella sfera dell’attività artistica. Arte per l’arte? Le distorsioni delle posizioni di Robbe-Grillet, proprio in questi giorni danno modo a certa stampa di proclamare, esultando, la fine dell’impegno letterario, la fine di un’arte didascalica e l’inizio, da tanto tempo invocato, di un’arte che diverta, che conceda il godimento estetico, l’evasione, la dimenticanza, Yeldorado. Inizio, quindi, di una nuova poesia gastronomica! A parer nostro, invece, l’ideologia non indica solo un comportamento di uomini « con responsabilità civili e sociali », ma è strumento che aiuta l’artista « a dare giusto conto della realtà ». Infine se siamo d’accordo con il Guglielmi nel considerare il linguaggio come provocazione del reale, dobbiamo d’altra parte osservare che negli epigoni gaddiani è invece la realtà caotica, in quanto non colta nella correlazione universale, a provocare il linguaggio, La cosa non finalizzata né ordinata dalla monade concreta, attribuisce la propria presenza sintattica al linguaggio (che è pure dell’uomo), rimovendo così l’intenzionalità che sola istituisce il fondamento del rapporto soggetto-oggetto, linguaggio-cosa. Per uscire dalla metafora fenomenologica, potremmo anche dire così: nell’analisi di una pagina che evada dall’istituto linguistico la filologia fornisce gli elementi di lettura. Infatti se è vero che l’artista può tendere a spezzare le remore di una grammatica cristallizzata, è anche vero che la grammatica nuova, il lessico e le strutture più eversive che vogliano avere un senso, non possono che poggiare sulla « struttura elementare che forma parte integrante del nostro sentimento linguistico » (37). Per usare un concetto di Ch. Bally, la situazione, in cui si esprime l’intesa tra parlante ed interlocutore, fra opera e lettore, deve essere istituita dal fondamento filologico che chiarisce il rapporto intenzionale. Quindi non è che si richieda di implicare una leggibilità dell’opera d’arte al di fuori di uno studio; si richiede solo di fornire i referenti mediante le indagini sulle istituzioni nuove, che tanto nuove non possono essere, se vogliono tradursi al lettore (38). Finora, con quanto sopra si è detto, abbiamo creduto di indicare non solo come una critica letteraria oggi possa procedere con sicurezza, ma anche come non possa procedere, se veramente persegue una fondatezza metodologica (39). Abbiamo rilevato i difetti di una critica che il perchè e il cosa dell’arte rinuncia ad indagare, ritenendo ormai inutile una direzione in tal senso, precocemente convinta della non fondabilità di una estetica filosofica. Questa critica sembra inoltre negarsi all’ipotesi di una estetica empirica, dai presupposti della quale parte invece la critica stilistica, conscia che « l’uomo continuerà a porsi il problema — che cosa è l’arte? — giacché fin che di arte si parlerà, l’uomo non potrà non porsi questo problema »(40). Entro questo orizzonte assume un nuovo significato la citata prolusione di G. Petronio. E’ di nuovo alla ribalta la scelta lukaciana fra valutazione e transvalutazione, o meglio, fra critico-scrittore e critico filosofo, scelta che il Petronio non 19