compie se non con la proposta ipotetica del critico-storico dell’attività letteraria. Una siffatta proposta tiene conto del fatto che la critica d’arte in genere non si sente oggi sufficientemente svincolata dall’estetica, e non sa d’altra parte risolvere la propria crisi, legata com’è al superamento dell’estetiche filosofiche e sistematiche. Se è vero che la critica (e prima l’estetica) « pretende di risolvere i problemi dell’arte senza aver posto il problema dell’arte, pretende cioè di filosofare rinunziando a parlare filosoficamente »(41), è anche vero che oggi si tratta « di studiare la possibilità di una estetica che, invece di sorgere contro l’artista, lo spettatore, il critico d’arte, si identifichi piuttosto con quella attività che conduce l’artista, lo spettatore, il critico d’arte all’esperienza estetica » (42). Tenendo presente l’accusa e l’ultima istanza espressa abbiamo letto l’ultimo lavoro di R. Barilli, Per una estetica mondana (43). L’opera è tutta tesa ad indicare i prolegomeni di una estetica laica, profana, antimetafisica, immanente, mondana; perciò fin dalla introduzione si afferma la necessità di pervenire ad una estetica in cui Videa e lo Spirito debbano essere sconfitti o, quanto meno, subire contestazioni da parte della cosa, della natura. L’accusa di metafisicità che il Barilli muove a Croce, potrebbe facilmente essere ritorta verso lo stesso incriminante, dal momento che rischia di continuo di meta-fisicizzare il mondano. Il pericolo è tuttavia di volta in volta scongiurato dalla implicazione della nozione di trascendentalità di Banfi, e dell 'orizzonte comprensivo di Anceschi. In tutto il testo di Barilli la base del rapporto soggetto-oggetto, comportamento-ambiente, monade concreta-reale, uomo-mondo (Dufrenne), è posta entro i limiti della inevitabile plasmazione dell’altro dall’ uomo da parte di questo stesso, anche se il rapporto non è più posto nei termini del vieto, aristocratico-gnoseologismo. Il fatto per es. che Barilli evidenzi la funzionalità del termine transazione in Dewey, anche al grado zero della esperienza, conforta quanto dicevamo sopra a proposito della intenzionalità come tensione di rapporto linguaggio-cosa In ogni caso, anche senza intendere soggetto-oggetto come ambiti separati, l’esperienza « come evento in cui (l’uomo) entra in rapporti, in cooperazione con tutto ciò che sta attorno a lui » non comporta certo la esaltazione e la glorificazione della natura, della cosa. Il concetto di a priori trascendentale, se sta alla base della organizzazione del reale, è condizione anche della organizzazione del linguaggio che denomina la cosa. Insistiamo in ciò proprio per il fatto che la prevaricazione dell’oggetto rispetto alla parola è il risultato che si ottiene dall’aver rinunciato allo specifico dell’artista, del critico, del fruitore. Che poi R. Barilli nei filosofi che studia (Dewey, Sartre, Merleau-Ponty) reperisca il suffragio di sue particolari tesi critiche, ci fa pensare che determinate tesi estetiche siano piegate a dimostrare stilemi critici già sperimentati, per es. ne La barriera del naturalismo. (Ricordiamo anche che, fatta eccezione per Dewey, né Sartre, né Merleau-Ponty hanno mai inteso stendere un’opera sistematica intorno all’estetica). Si veda, per es., l’insistenza con cui viene sottolineata la validità di un metodo o di uno strumento tanto più quanto più risolva o giustifichi il nuovo (44). Si osservi ancora come la tesi del Dewey intorno al rapporto lettore-opera del passato sia suffragata da una direzione del Barilli critico, che si limita all’esame sincronico dell’opera (45). Comunque, nella stesura delle pagine si procede sempre dimenticando che non è stata data risposta a una domanda di fondo: « Perchè il critico si rivolge ad un’opera che definisce artistica e non ad un’altra qualsiasi che definisce non artistica? Come può fare questo, dal momento che non ha fornito gli elementi della discriminazione fra artisticità, validità, autenticità, e non? ». Dewey, Sartre, 20