dell’estetica medesima. In questo senso, se si volesse cogliere nell’esercizio della critica letteraria del dopoguerra il rifrangersi di motivi sociologici, così come questi vengono comunemente intesi dai sociologi della letteratura, ci si troverebbe di fronte a un materiale assai scarso, costituito più che altro da annotazioni frammentarie e disorganiche. in genere convogliate direttamente nel giudizio estetico. Manca del tutto in Italia un’indagine sistematica sul significato e sui problemi metodologici che comporta una scienza del fatto letterario, nè si può dire che abbondino le indagini particolari. Contrariamente ad altri paesi come la Francia, la Germania, l’Inghilterra e gli stessi Stati Uniti, dove le ricerche hanno già dato qualche risultato soddisfacente, in Italia si può ancora parlare di « anno zero » per la sociologia della letteratura ( 1 ). In generale, soprattutto nella cultura universitaria, si risente ancora del « tabù » idealistico e la scienza della letteratura viene guardata con lo stesso sospetto con cui Croce aveva guardato certi tentativi positivistici. Ora la sociologia della letteratura non si pretende di risolvere il problema della natura o dell’essenza dell’arte, nè di rinchiudere il fenomeno letterario nella morsa di un determinismo sociale per cui ogni singola opera possa spiegarsi sulla scorta di leggi obiettive: solo di problematizzare l’indipendenza dello scrittore, di mostrare che in fondo si tratta di un’indipendenza relativa e che sull’elaborazione dell’opera artistica converge un certo grado di condizionamento sociale. In altre parole, come si è lontani da un ritorno a formule positivistiche di tipo tainiano, in cui era lecito scorgere il tentativo di applicare il metodo positivo delle scienze (2) alla totalità del fatto letterario, con il risultato di rendere praticamente nulla l’autonomia dello scrittore, si è altrettanto lontani dal concepire idealisticamente l’arte come visione, affidandone la spiegazione al solo criterio della creatività dell’artista. In questo senso la sociologia della letteratura, intesa come studio del condizionamento sociale dell’opera letteraria, non può fermarsi all’analisi dell’influenza che correnti di pensiero, modelli preesistenti o mezzi espressivi hanno avuto sull’opera medesima. E’ evidente il grado di approssimazione con cui in una prospettiva di questo tipo si possono cogliere i rapporti reali tra letteratura e società, dal momento che il fatto letterario viene isolato dai processi economici e non si tien conto dell’influenza che sulla produzione di uno scrittore esercita la sua posizione nella società, il suo grado di dipendenza dai gruppi di potere, l’appartenenza a una determinata classe sociale. D’altro canto la sociologia della letteratura non si limita a occuparsi del condizionamento sociale dell’opera intesa come influenza, sia a livello della forma che del contenuto, dei fattori sociali sull’opera d’arte, ma è parimenti intenta al fenomeno inverso, vale a dire all’influenza che l’opera esercita sulla società: nascono di qui le ricerche sull’evoluzione storica del gusto (3) o più in generale le ’sociologie del lettore’, applicate al ’consumo’ dell’opera d’arte e intese a scandagliare i motivi e le circostanze della lettura, i fattori che sono a capo del successo di un’opera, la presenza di vari strati di pubblico ecc. (4). Nel campo della sociologia della letteratura entrano così di diritto le indagini tese a « smitizzare » il concetto di universalità dell’arte, così come era assunto nella prospettiva crociana — l’arte come categoria matestorica, idest eterna — per addivenire, tramite studi di carattere storico-empirico, a localizzare il grado di storicità dell’arte medesima. Così accanto a Schuking che sostiene come la vicenda dell’arte si risolva nella 24