l’analisi storico-sociologica dei testi, se hanno portato ad analisi per larghi aspetti feconde del condizionamento sociale delle opere letterarie, conservano per il sociologo della letteratura il loro limite d’origine, vale a dire la sovrapposizione di ricerca sociologica e giudizio di valore. Ciononostante, quando addirittura non raggiungono una validità intrinseca, esse conservano una valore metodologico per la presenza di taluni criteri di ricerca che il sociologo della letteratura può di fatto utilizzare nel proprio ambito. Per fare un esempio, una sociologia della letteratura quale quella proposta dal Goldmann, sarebbe impensabile indipendentemente da Lukacs. Concetti come quelli di « coscienza possibile », « possibilità oggettiva », « strutture dinamiche significative » o « strutture omologhe », utilizzati dal Goldmann sono infatti desunti delle opere giovanili del filosofo ungherese, segnatamente da « Storia e coscienza di classe », in cui Lukacs si è sforzato di dare elaborazione scientifica e compiutezza metodologica a taluni motivi contenuti allo stato frammentario nell’opera di Marx. D’altro lato, se alla sociologia della letteratura si vogliono conferire i caratteri di scienza storico-empirica, è necessario ridurre al minimo l’influenza della filosofia: in questo senso siamo parzialmente d’accordo con il Silbermann (6) quando, nella sua protesta contro l’uso di procedimenti tratti dalla filosofia sociale, invita il sociologo a mantenersi aderente allo studio dei fatti e al criterio dell’oggettività. Tuttavia è proprio sull’accezione che nella prospettiva del Silbermann assume il concetto di oggettività che non si può essere d’accordo, dal momento che è lecito scorgervi un ritorno all’interpretazione positivistica secondo cui il metodo delle scienze umane deve necessariamente essere ricondotto a quello delle scienze fisicomatematiche, dimenticando che nel caso della sociologia il soggetto ricercatore è a un tempo oggetto della ricerca medesima. L’errore del Silbermann consiste nel non tenere nel dovuto conto che le categorie usate dal sociologo nella ricerca sono a loro volta soggette al condizionamento sociale e che il criterio durkeimiano dell’onestà personale dello studioso appare una comoda ipostasi dopo che i sociologi della conoscenza hanno mostrato il nesso che unisce il pensiero alle sue basi sociali. Nella sua polemica diretta contro i sociologi del sapere, e in particolare contro Manheim, lo studioso tedesco vuole di fatto svincolare la sociologia della letteratura dal quadro delia sociologia della conoscenza, sostenendo l’indipendenza del sociologo rispetto all’oggetto della ricerca. Per il Silbermann esisterebbe quindi uno « specifico » della sociologia della letteratura da analizzare con metodo rigorosamente storico-empirico e in cui ogni irruzione della filosofia, essendo un inconveniente dovuto a cattiva metodologia, è in definitiva da imputarsi allo studioso. Una prospettiva di questo tipo si localizza a stretto contatto di gomito con le conclusioni cui sono pervenuti i propugnatori della attuale « sociologia descrit-tivistica », i quali sostengono che solo sulla scorta di una sociologia di questo tipo (descrittivistico) si può salvare il carattere oggettivo della scienza dalle intrusioni della filosofia e, quindi, da criteri deduzionistici. Quello che accomuna le due posizioni è il ritorno, per quanto riguarda il problema dell’oggettività, alle formule positivistiche secondo le quali il criterio metodologico della sociologia dovrebbe essere il medesimo delle scienze fisico-matematiche. Con il che si vuole ignorare che una sociologia che dichiari di attenersi al criterio dei fatti, una sociologia puramente descrittivistica, ha già preso, come rileva il Goldmann (7), « implicitamente posizione per l’ordine sociale esistente, che essa considera come 26