naturale e normale e che non le appare neppur meritevole di giustificazione ». La qual cosa risulta chiara nella stessa prospettiva del Silbermann, laddove egli sostiene che l’arte svolge una forma di controllo sociale e diventa mezzo di superamento del conflitto fra i vari membri della società. E’ evidente che in questo caso il Silbermann non si appella tanto al criterio dei fatti, che potrebbero benissimo smentire la sua tesi, avendosi a iosa esempi d’arte antagonista rispetto alle strutture sociali, bensì alla propria concezione della sociologia, per la quale il problema non è tanto quello del progresso storico e delle crisi strutturali e sovrastrutturali che esso trascina, quanto dell’adattamento degli individui allo società esistente. Il che del resto non può stupire, dal momento che è sufficiente affacciarsi all’orizzonte teoretico della sociologia contemporanea per scorgere un preoccupante ritorno generale a posizioni di tipo psicologistico, con l’effetto di depauperare la sociologia del suo fondamento storico-concreto per ridurre il fatto sociale a ripetizione generica di processi psichici (8). In questo senso la sociologia propende a ritornare nel novero delle scienze psicologiche con la differenza che « anziché indagare contenuti di coscienza puramente individuali si indagano quelli orientati verso il sociale » (9). D’altro lato se il mero descrittivismo si risolve esso stesso in una presa di coscienza e la supposta oggettività in ideologia deformante, com’è possibile garantire l’obiettività d’un’indagine sociologica della letteratura? Il problema, che in fondo va inserito in quello più vasto delPoggettività delle scienze umane, si ritrova negli stessi sociologi del sapere. Così Manheim, dopo essere giunto a considerare ideologica la totalità del pensiero storico riconducendo ogni apparato categorico alle basi esistenziali che in un certo senso ne costituiscono la struttura oggettiva, tenta in una successiva fase di pensiero (10) di superare il radicale relativismo cui una simile conclusione conduceva. E ciò da una lato contrapponendo al carattere statico-deformante dell’ideologia il pensiero utopico, identificato con quell’insieme di atteggiamenti che, una volta risolti nell’azione, riescono a sconvolgere l’ordine sociale dominante; dall’altro supponendo fuori dall’angolo di incidenza ideologica il gruppo degli intellettuali e facendolo quindi depositario della verità. Non diversamente Lukacs, partito risolutamente dall’identificazione di soggetto-che-conosce e oggetto-di-conoscenza (in questo senso non esiste neppure possibilità di conoscenza della realtà da parte del sociologo: tutto si riduce a coscienza, anzi a coscienza di classe) finisce col ricorrere a un criterio super-ideologico, trovandolo nella coscienza-limite del proletariato. Il proletariato, come portavoce del processo storico, come tendenza all’abolizione delle classi e quindi all’unificazione della società, è da Lukcas visto come espressione dell’umanità tutta. Tuttavia nè Lukacs, nè Manheim ci spiegano come con il tessuto radicalmente relativistico della loro linea interpretativa, con l’estrema storicizzazione cui essi riconducono ogni contenuto di pensiero, possa trovar conciliazione la loro proposta di un criterio ultimo di verità. Una volta accettato il determinismo tra pensiero e basi sociali, non si può uscire dal relativismo che ne scaturisce se non contraddittoriamente, svincolando un certo tipo di pensiero, e di conseguenza il gruppo o la classe che ne è interprete, da quel condizionamento sociale (e quindi dalla deformazione ideologica) che in prima analisi si era dimostrato come inevitabile. Il problema si ripropone allora in questi termini: da un lato il Silbermann o, più genericamente, i neo-positivisti, che sostengono la differenza radicale tra soggetto e oggetto della conoscenza, con la conseguenza di negare il peso che sulla prospettiva del sociologo 27