esercita il suo « essere sociale », dall’altro i sociologi del sapere che, proclamando l’identità totale fra soggetto e oggetto, negano le possibilità di una ricerca obiettiva (cioè non-ideologica), salvo poi postularla a posteriori con l’ipostatizzazione di un certo gruppo sociale assuno come detentore della verità. Ora ci pare, che, tra la radicalità delle due posizioni, ci sia posto per una soluzione intermedia in cui, pur accettandosi un certo margine di condizionamento sociale, si possa garantire al sociologo una possibilità di indipendenza, sia pure relativa: è la formula goldmanniana de\Yidentità solo parziale, fra soggetto e oggetto di conoscenza. In questo senso la soluzione del problema dell’oggettività delle scienze umane passerebbe attraverso il recupero di un fattore che « nel lavoro di ricerca ha una importanza non trascurabile e che in generale i sociologi del sapere hanno lasciato in ombra. Questo fattore è l’individuo... Non il gruppo degli intellettuali in quanto tale..., ma puramente e semplicemente l’individuo, intellettuale, operaio, artigiano o borghese che sia... (11). Ove non si tratta evidentemente di un ritorno al criterio dell’« onestà » personale del ricercatore auspicato da Durkeim e ripreso dai neopositivisti. Se il Gold-mann respinge il determinismo estremo cui i sociologi del sapere avevano ricondotto la conoscenza rispetto alle infrastrutture sociali e l’individuo, di fronte alle varie ideologie, è libero di scegliere quella che ritiene più « aperta » nei confronti del reale, l’indipendenza rimane pur sempre relativa, in quanto una volta operata la scelta, il condizionamento ritorna sotto la forma ideologica: le categorie usate dallo studioso, le sue ipotesi di lavoro, rimangono inevitabilmente un elemento costitutivo dell’esistenza di un gruppo sociale. Ma di questo il sociologo deve essere cosciente: è proprio alla sua capacità di critica « rigorosa e soprattutto permanente e costante nei confronti dei propri risultati » che in definitiva è affidata la possibilità di una sempre maggiore adeguazione alla verità. E’ tuttavia doveroso sottolineare che l’adaequatio intellectus et rei rimane più un criterio ideale che una realtà concreta. Il fatto che Goldmann sottolinei a più riprese il carattere eccezionale con cui il sociologo, nonostante il rigoroso controllo cui sottoponga la ricerca, possa sfuggire ai limiti della sua ideologia, dimostra l’importanza del nesso esistente fra l’ideologia medesima e la base strutturale. Tuttavia la ricerca della verità, la quale ultima va intesa non tanto come patrimonio esclusivo di una determinata classe sociale, bensì come un « quid » che ciascuna di esse possiede in misura diversa sì, ma pur sempre parziale, deve impegnare il sociologo a una sintesi « fra gli elementi di verità che le prospettive di varie classi differenti consentono... dal momento che alcuni aspetti della realtà visibili in una prospettiva reazionaria, che è quasi sempre più limitata e più stretta, non lo sono nella prospettiva di una classe in ascesa (12). Nella soluzione che il Goldmann reca al problema dell’oggettività nelle scienze umane, l’incidenza dei giudizi di valore (le categorie dello studioso) sull’esito della ricerca, se viene di fatto attenuata tramite il ricorso alle capacità autocritiche dello studioso, non scompare per quanto riguarda la prospettiva generale. Nasce di qui l’altro problema capitale della ricerca sociologica: la scelta, fra le varie visioni del mondo, di quella che consenta il massimo d’apertura nei confronti del reale. In questo senso Goldmann si pronuncia implicitamente per la visione del mondo del proletariato quando definisce « quasi sempre più limitata e più stretta una prospettiva reazionaria ». Ora la dimostrazione della superiorità del marxismo 28