Tale criterio avrebbe un valore concettuale e schematico (19) e renderebbe possibile un’indagine obiettiva sul significato della produzione letteraria di uno scrittore, con il garantire la discriminazione, aH’interno dei vari testi da esaminare, di ciò che costituisce il contenuto essenziale da quel che è soltanto accidentale e in definitiva dovuto a influenze marginali e contingenti. Ora, posto che diversa è la coscienza che ogni individuo singolo ha delle aspirazioni e dei sentimenti del gruppo cui appartiene, in quanto ciascuno, oltre a parteciparvi con motivazioni psicologiche proprie, è oggetto alle influenze di altri gruppi e in genere dei numerosi fattori della realtà empirica, resta pregiudiziale per il sociologo operare una distinzione fra il grado di « coscienza reale » di un individuo e il massimo grado di coscienza che gli sarebbe possibile nel caso di adeguazione piena alla coscienza di gruppo. In questo massimo di coscienza, consiste per Goldmann la grandezza dello scrittore e del pensatore: l’essere riuscito ad esprimere, dandovi il suggello della forma, il « massimo di coscienza possibile » di un determinato gruppo sociale e, nel caso di individui eccezionali, addirittura d’un’intera classe sociale. Viene così sottolineato il diverso carattere della ricerca sociologica rispetto al pensiero filosofico-letterario, per il quale « ogni tentativo di sintesi fra opposte visioni del mondo porta a una mancanza di coerenza e all’eclettismo » (20). Mentre il sociologo è impegnato al massimo intendimento della realtà con la conseguenza di dover accedere a una sintesi fra le varie visioni del mondo, la grande arte rimane per Goldmann visione unitaria del mondo, universo coerente ed organico entro cui trovano espressione compiuta le aspirazioni ed i sentimenti di un determinato gruppo sociale. Con il che sembrerebbe cadere il concetto di arte « partitica » quale era stato elaborato da Lukacs in conformità all’ortodossia stalinista («Una rappresentazione veramente fedele e dialettica della realtà presuppone la partiticità dello scrittore. Non certo una parti-ticità generale... qualunquistica, astratta e soggettivistica, ma partiticità per la classe portatrice del progresso nel nostro periodo storico: per il proletariato ») (21). Tn effetti, ammesso con il Goldmann che la grande arte è rispecchiamento, tramite la mediazione di un’individualità eccezionale, delle aspirazioni altrimenti confuse ed incerte di un gruppo sociale, l’arte diverrebbe immediatamente significante rispetto alle strutture che la producono senza, come rileva giustamente Barilli (22 ), dover passare attraverso «un’ideologia privilegiata come depositaria di una coscienza più lucida e diretta dei destini e delle mete » di una comunità. Sembrerebbe a questo punto che le conclusioni goldmanniane dovessero sortire lo stesso effetto della critica portata a Lukacs da Della Volpe, critica secondo la quale l’errore del filosofo ungherese consisterebbe nell’avere equivocato fra la necessaria presenza nell’opera d’arte d’un patrimonio d’idee e il fatto che queste idee debbono viceversa essere, secondo Lukacs, di tipo « progressista »(23). Invece se da un lato Goldmann, soprattutto nella recentissima « Sociologie du roman»(24), sembra per larghi aspetti orientato verso uno sgancio rispetto alla pregiudiziale ideologica, dall’altro rimane pur sempre fedele a quella distinzione fra una « falsa » e una « vera » coscienza che Lukacs aveva sostenuto a proposito di Balzac, proprio per legittimare la sua tesi secondo la quale la grande arte rimane necessariamente arte « progressista ». « La storia letteraria, scrive Goldmann (25) è piena di scrittori il cui pensiero era rigorosamente contrario al senso e alla struttura della loro opera (tra gli altri per esempio Balzac, Goethe, ecc.) ». E’ ben vero che il critico francese motiva questa asserzione con il fatto che 31