« analisi dell’opera ed esame del pensiero dell’autore rappresentano due campi differenti, che indubitabilmente possono integrarsi e darsi aiuto reciproco, senza tuttavia dover condurre sempre e necessariamente a risultati concordi fra loro »: il che rimane in parte esatto ed è lo stesso Goldmann ad offrircene un esempio probante quando afferma che « Fichte aveva probabilmente ragione ad affermare la propria fede personale, ma anche i suoi avversari avevano certamente ragione a sostenere che questa fede fosse un elemento accidentale nel complesso di una filosofia obiettivamente atea »(26). Ma se, per impugnare la stessa ipotesi goldmanniana, grande scrittore è colui che porta a chiarezza aspirazioni e sentimenti di un determinato gruppo sociale, com’è possibile che questo avvenga inconsapevolmente rispetto allo scrittore medesimo? Paradossalmente si giungerebbe all’affermazione secondo la quale la chiarezza e la coerenza nascerebbero miracolosamente dall’incongruenza e dall’oscurità. Con il che si ritornerebbe a quella concezione dell’arte come intuizione extraconcettuale che lo stesso Goldmann per altri aspetti si è decisamente sforzato di superare. In ogni caso, a prescindere da talune contraddizioni del resto marginali, il criterio goldmanniano della visione del mondo come fatto individuale, ma al tempo stesso sociale, ci pare estremamente fecondo dal punto di vista metodologico. Se si ammette che un’opera artisticamente riuscita comporta un « visione del mondo » che è rispecchiamento del massimo di coscienza possibile di un gruppo sociale, ne consegue che oggetto dell’analisi del sociologo non può essere che il creatore di un’opera valida. «Questo, rileva Goldmann(27), equivale a dire che la gran massa di scritti di valore medio o infimo sono anche diffìcilmente analizzabili da parte dello storico sociologo e dello stesso studioso di estetica, e proprio perchè sono espressione di individualità medie particolarmente complesse e sopra tutto scarsamente tipiche e rappresentative ». E d’altra parte, poiché l’indagine del sociologo va riferita al contenuto della produzione di uno scrittore per ricercarne il grado di coerenza che si compone nelle linee di un’organica visione del mondo, se si ammette con l’estetica dialettica che ogni contenuto è insignificante a prescindere da una forma adeguata che lo esprima, se ne deduce che il problema del condizionamento sociale del contenuto rimanda al problema del condizionamento sociale delle forme artistiche. Ora, fino a che punto la forma è significante dal punto di vista dell’influenza d’un gruppo sociale? O, più generalmente, fino a che punto un’ analisi immanente ai testi può dimostrare l’incidenza dei fattori sociali sulle forme artistiche? E’ la stessa domanda che in fondo si può rivolgere a Georgy Lukacs che, nel suo sforzo di superare, sotto l’influsso della dottrina marxista il suo primitivo platonismo (”La forma autentica di un artista autentico è a priori: è una forma costante di fronte alle cose, è una condizione necessaria perchè le cose stesse possano essere percepite dall’artista”) (28) giungerà a una progressiva storicizza-zione delle forme, col riconoscere in maniera sempre più esplicita il ruolo assunto dai fattori economico-sociali. Tuttavia difficilmente Lukacs saprà andare più in là di una generica affermazione di dipendenza delle forme dalle strutture sociali. In altre parole nelle analisi lukacsiane, se esiste una coerenza rispetto alla filosofia della storia propria del materialismo dialettico, per cui si dimostra in linee generali come all’aspetto capitalistico proprio del mondo borghese corrispondano certi caratteri della letteratura, manca un’analisi particolare, dimostrativa di come questo si verifichi a livello specifico nella « costruzione, nella composizione, nel principio 32