strutturale » delle varie forme d’arte (29). Ora nelle applicazioni concrete che delle sue ipotesi metodologiche Goldmann ci ha dato, il problema viene solo affacciato: in pratica per la sua soluzione ci si richiama alla critica letteraria e all’analisi stilistica. Il che, se ci pare perfettamente in linea con i presupposti del critico francese, intesi a distinguere le zone di competenza dello storico-sociologo e del critico letterario, non lo è parimenti per Lukacs, presso il quale l’assenza pressoché totale di un’indagine stilistica precisa dei testi conduce a lacune estremamente gravi, dal momento che di una estetica e di una critica letteraria marxista il filosofo ungherese si è sforzato di essere il sistematore. Comunque il fatto che questo tipo d’indagine, pur non appartenendo di diritto al campo della sociologia della letteratura, acquisti anche in questa dimensione un’emergenza particolare, dimostra l’estrema complessità del fenomeno letterario e lo stretto grado di parentela che lega ogni studio sulla letteratura qualora si accetti come fecondo il punto di vista del condizionamento sociale d’ogni manifestazione individuale. Quello che rimane più evidente negli studi sulla sociologia della letteratura che ¡1 Goldmann ci ha fornito è il rifiuto di un’interpretazione dogmatica del marxismo per ritrovarne i germi più fecondi in una metodologia che, consentendo il recupero della « totalità » d’ogni manifestazione umana, vada al di là d’ogni unilaterale contrapposizione tra Ragion Pura e Ragion Pratica. In questo senso ha da essere intesa anche la presenza di Lukacs nelle opere goldmanniane: il Lukacs che traspare nelle pagine di Goldmann è un Lukacs storicizzato, da cui sono stati estratti gli elementi metodologici più cospicui per essere reinseriti in una prospettiva che è in un certo senso un superamento « dall’interno » della stessa posizione lukacsiana. Ponendo come medium tra l’individuo creatore e il basamento sociale, un gruppo una comunità o una classe, formanti una serie di strutture gerarchicamente disposte nel senso che l’esplicazione di quelle più limitate e circoscritte richiede, per una comprensione piena, il rimando a quelle che le inglobano, da un lato Goldmann supera risolutamente ogni interpretazione puramente psicologistica dell’opera letteraria, dall’altro libera quest’ultima dal pesante asservimento a schemi rigidamente economicisti. Ora, come già si è accennato, è proprio l’indipendenza relativa del fenomeno letterario che il Goldmann rivendica in maniera più decisa che non Lukacs. Il che appare più che mai evidente in Sociologie du roman dove lo studioso francese rifiuta recisamente lo stretto vassallaggio alla filosofia marxista della storia cui Lukacs si era mantenuto strettamente legato con il risultato di addivenire, per esempio, a un semplicistico rifiuto della produzione letteraria borghese del ’900 in quanto arte di decadenza. Prendendo in esame le varie forme del romanzo novecentesco, dalla prima avanguardia al nouveau roman, Goldmann è attento a cogliere nel blocco informe dell’avanguardia (così come ci era stata presentata da Lukacs) delle differenze qualitative, giungendo a identificare le posizioni più rilevanti dal punto di vista culturale con quelle degli autori che erano riusciti a esprimere a un più alto grado di chiarezza le visioni del mondo di certi gruppi o comunità, visioni che questi contenevano allo stadio incerto o latente. 33