Fernando Trebbi | Joseph LOSey tra Brecht e Pinter Non si può certo dire che la attività di Losey, come regista cinematografico almeno, abbia suscitato in Italia un largo movimento di interesse. Pubblico e critica sono rimasti anzi, piuttosto lontani dai suoi films. Ora, l’attenzione provocata da due opere come II servo e Per il re e per la patria, sta probabilmente ad indicare, tra l’altro, la opportunità di dedicare a Losey una diversa considerazione. Dico probabilmente perchè si tratta, è chiaro, di una semplice ipotesi e perchè, in fondo, il fatto che Losey meriti, o no, una considerazione maggiore, dipende strettamente da una precisa valutazione della sua attività. Può darsi che questa precisa valutazione porti alla conferma di Losey come regista di scarso interesse, come può darsi invece che la sua opera ne risulti ingigantita al punto da costituire una grave accusa nei confronti del disinteresse fino ad ora manifestato nei suoi riguardi; nell’uno e nell’altro caso, comunque, si conseguirebbe il non inutile risultato di chiarire una questione, quella del significato e della importanza di questo autore, che rischia altrimenti di rimanere carica di equivoci. In attesa, pertanto, di poter leggere qualcosa di definitivo su questo autore, ci pare opportuno prendere in considerazione almeno, l’opera che ha fatto maggiormente parlare, negli ultimi tempi, del regista anglo-americano, anche se non crediamo, ci sia permesso notarlo, che il desiderio di rivalutare Losey e II servo in particolare, possa implicare una estensione del discorso al Muriel di Resnais per esempio (definito un po’ sveltamente « uno dei films più importanti di questi ultimi anni »), oppure un confronto con quelli che vengono detti « i tentativi più o meno riusciti dei nostri Antonioni e Fellini ». Inoltre, a parte la ovvia necessità di rifiutare un confronto posto in termini talmente sbrigativi, nonché addirittura la possibilità stessa di porre in maniera concreta un rapporto di valutazione tra autori di così diversa formazione, non si riesce a comprendere perchè mai la volontà di stigmatizzare « l’indifferenza della nostra critica » debba comportare la qualifica di « equivoci e mediocri polpettoni » per quei films come Le mani sulla città o il Vangelo secondo Matteo, colpevoli soltanto di aver maggiormente attirato l’attenzione degli addetti ai lavori ( 1 ). Ma torniamo pure al nostro discorso. Il servo non ebbe alla mostra di Venezia una gran fortuna, fu anzi « ignorato dalla Giuria e dai premi collaterali », ma in compenso Losey è riuscito ad attirare su di sé, con questo suo lavoro, quell’interesse che aveva cominciato a mancargli subito dopo la attenzione suscitata dal ciclo dei suoi films americani, notati dalla critica soprattutto per il loro contenuto « progressista e democratico ». 43