La presenza de II servo a Venezia avrebbe comunque assicurato a Losey un successo internazionale, il fatto poi che tale presenza fosse segnata da un’opera per la cui realizzazione Losey aveva finalmente usufruito di condizioni sufficientemente favorevoli, sia sul piano della produzione, sia su quello della elaborazione del soggetto, ha contribuito a fare della partecipazione al festival veneziano, qualcosa di più di una semplice occasione. I rapporti tra Losey e il cinema non erano stati, fino ad ora, dei rapporti tranquilli: la lavorazione de II ragazzo dai capelli verdi (che contiene una esplicita condanna della guerra ed una implicita denuncia del conformismo e dell’intolleranza) fu notevolmente ostacolata dalla stessa casa di produzione, il montaggio di The big night (la storia di un adolescente che diventa assassino nello spazio di una notte, dopo aver assistito alla umiliazione del padre da parte di alcuni energumeni) venne completamente rifatto a sua insaputa, condizioni più o meno analoghe si verificarono per Imbarco a mezzanotte, per La zìngara rossa, dove fu pure manomessa la colonna sonora, per Èva, per Tempo senza pietà, per Giungla di cemento. Questa serie sconcertante di difficoltà ha praticamente impedito a Losey di realizzare, così come erano stati concepiti, gran parte dei suoi films, e gli ha vietato, anche, di intraprendere alcuni progetti, a lui particolarmente cari, come quello ad esempio della riduzione del Galileo di Brecht (2). Le ragioni di tutto ciò sono di natura piuttosto varia e pertanto di non facile identificazione, ma alcune sono abbastanza evidenti e comuni, direi, non solo a Losey in particolare, ma a tutti coloro che cercano in qualche modo di sottrarsi alle « complesse » regole, tacite od esplicite, che hanno sempre governato il mondo del cinema. Nei confronti delle disavventure di Losey hanno certamente influito: la scarsa commerciabilità del mondo poetico a cui in genere le sue opere si rifanno, il rigorismo di una censura fortemente restia ad accettare la violenza di certi suoi films, il sospetto e l’ostracismo a causa dei suoi trascorsi politici, la pericolosità di certi suoi espliciti richiami culturali, la preoccupazione dei produttori ovva-mente non insensibili ad argomenti di questo genere. Ma ciò che soprattutto lo rendeva sospetto agli occhi di coloro che avrebbero potuto favorirne la attività, erano senza dubbio i suoi trascorsi politici, il giro di amicizie che si era creato nel mondo della cultura e dello spettacolo, il particolare tipo di impegno che si era indirettamente assunto come regista teatrale. Basta scorrere un momento la sua biografìa per scoprire una quantità di episodi a questo proposito estremamente significativi. In una delle sue prime regìe Losey mette in scena un dramma di Maxwel Anderson sulPaffare Sacco e Vanzetti; nel ’35 viene in Europa come reporter, segue a Mosca i corsi di regìa di Eisenstein, fa amicizia con Brecht; nel ’36, influenzato dalle teorie di Piscator di cui traduce il Teatro politico, da vita al Living newspaper, una specie di giornale vivente che elenca tra i suoi più noti spettacoli Injuction Granted, sui rapporti tra sindacati e giustizia, e Ethiopia, sull’impresa mussoliniana (3). Nel ’52, mentre si trovava in Italia, viene citato davanti alla famigerata Commissione per le attività antiamericane, sotto la solita accusa di aver partecipato al Marx’s Study Group e di simpatizzare per il partito comunista (4). Questa ultima esperienza, che comporta per Losey l’abbandono dell’America, non implica certamente il rifiuto di quella linea di condotta e di quell’impegno che fanno di lui un tipico esponente del roosveltiano new deal. « Io — ebbe a dichiarare 44