convergenza di intenti. E i dubbi maggiori nascono soprattutto intorno a Pinter e al ruolo da lui effettivamente svolto. È chiaro infatti che, essendo Pinter più un autore che un tecnico, la sua funzione è diffìcilmente limitabile a quella del semplice stesore dei dialoghi. Essa si estende di fatto in misura molto maggiore coinvolgendo nel suo complesso le stesse prospettive di Losey e contribuendo per certi aspetti, a fare del film un prodotto abbastanza tipico di quella « poetica dell’assurdo » di cui Pinter è un autorevole seguace. Anche nella stesura dei dialoghi comunque, Pinter si è strettamente attenuto ai criteri comunemente usati dagli « angry young men »: 1° « si prende una battuta qualsiasi del testo e le si dà una risonanza shakespeariana »; 2° « la si getta di punto in bianco in testa al pubblico alla maniera degli attori delle riviste e delle farse »; 3° « si ricorre alla cosiddetta immobilità contrappuntale »(21); 4° «si alternano sulle stesse battute, una recitazione lenta e costellata di lunghe pause, a una velocissima e precipitosa ». Da ciò si può ben capire che se da una parte questi criteri possono in qualche modo servire l’esigenza loseyana-brechtiana dello straniamento, dall’altra possono facilmente trascinare verso quella « poetica dell’assurdo » da cui, in fondo, sono stati escogitati. Ora, poiché questa tendenza è a mio avviso ravvisabile in tutta l’opera di Losey, i casi sono due: o Losey non è riuscito a contrastarla efficaciemente; oppure essa fa strettamente parte della sua personalità. Nel primo caso il limite sta nel film, che avrebbe potuto essere condotto in altro modo, nel secondo caso sta nella stessa poetica di Losey. (22) DI PELLEGRINI 50 anni di libreria CORSO UMBERTO I, 32 - Tel. 20.333 AiatltOVU 50