L’articolo Appunti per una cultura come dialogo, pubblicato sullo scorso numero del Portico, e i dibattiti che la redazione ha successivamente promosso intorno alla questione in alcuni centri della provincia, non hanno mancato di suscitare qualche negativo commento in certa stampa cittadina. C’è stato anche chi, più zelante degli altri, ha creduto opportuno tacciare di comunismo la rivista in blocco e tutti coloro che avevano in qualche modo collaborato ai nostri dibattiti. Se tali accuse avessero un minimo di fondamento e fossero portate con argomentazioni serie, bisognerebbe certamente prenderle in considerazione. Nell’attesa abbiamo preferito concedere nuovo spazio agli amici Prandi e Lucchini per un ulteriore intervento sulla questione. Carlo Prandi \ LE RADICI DI UN DIALOGO Il volume recentemente edito per i tipi di Vallecchi, a cura e con la prefazione di M. Gozzini (1), non è passato inosservato: o è stato ampiamente recensito ed ha pure offerto l’occasione per animati dibattiti in varie città italiane, oppure gli è stato riservato, da parte di certi ambienti e di certa stampa, un non meno eloquente silenzio. Segno, anche nel secondo caso, che il problema politico, culturale, religioso di fondo della società italiana: il rapporto dei cattolici col movimento operaio nel suo complesso e, in particolare, con la sua frazione di punta, rappresenta un nodo storico di fronte al quale si possono assumere i più diversi atteggiamenti, ma che non può essere aggirato come una semplice pietra d’inciampo. D'altra parte se oggi vi maturando una prospettiva di questo genere esistono delle ragioni di principio che fanno da sfondo a motivazioni storiche, con le quali si intrecciano per offrire un quadro d'analisi estremamente ricco e stimolante. La necessaria distinzione fra « testi sacri » e conseguenti atteggiamenti storici già prefigurata da quei pensatori (Maritain e altri) sui cui testi si sono formate, non sempre con profitto e coerenza, generazioni di cattolici politici e che ha trovato in autorevoli documenti pontifici una precisa riproposta, ad una nuova presa di contatto ha rivelato la necessità di una più complessa chiarificazione. Tanto più che gli scritti che si sono venuti moltiplicando negli ultimi mesi sino a culminare nella pubblicazione del libro citato manifestano, almeno a chi ha seguito per anni il travaglio di un dialogo che ancora non può essere osservato altrimenti che col metro dei tempi lunghi, tutta una serie di problemi di natura non solo po- litica, ma filosofica, antropologica e teologica rispetto ai quali il riconoscimento di quella irrinunciabile distinzione non può costituire se non un primo, indispensabile punto di partenza. La cultura non precede la politica. Con questo tuttavia non ci sentiamo di sottoscrivere la recisa affermazione di Gozzini quando nella sua chiarificatrice introduzione sostiene che « ... l’ordine politico... per sua natura segue e non precede l'evoluzione delle idee » (pag. 19). Egli stesso, a questo proposito, parlerà più oltre (pag. 22) di « una coscienza di massa istintiva, volta a unire protesta po-litico-sociale, dinamismo rivoluzionario e credenza religiosa (che contribuisce) a passare dell'istinto all’intelligenza, dal precario al fondato... perchè gli sviluppi ideologici si accelerino e si consolidino... ». Una unilaterale affermazione circa la priorità della politica sulla cultura e viceversa ci sembra che esprima da una parte un marxismo estremamente elementare che non è certamente da attribuirsi a Marx ma a certi suoi epigoni e volgarizzatori (o miopi interpreti), dall’altra una forma mentis ancora assai radicata nella cultura di matrice cattolica per la quale di ogni problema o fatto si cerca sempre di enucleare il contenuto filosofico nella sua staticità atemporale (la realtà giudicata « sub specie aeternitatis ») per trarne in astratto, o cercar di verificarne in concreto con conclusioni spesso forzate, tutte le « necessarie » conseguenze. Lo stesso famoso enunciato della « Pa-cem in terris » non è stato stilato per pura illuminazione, ma, implicitamente coinvolto nel travaglia secolare del pensiero 65