pur essendo il mondo il teatro, la materia stessa del suo esistere. Due sono gli aspetti, intimamente fusi, che compongono l’essenza della Chiesa: da una parte essa è quel « momento » del Regno di Dio che è compreso fra la Rivelazione e la Parusia; dall’altra essa è, e non può non essere a costo di vanificarsi, un istituto storico che fa da supporto e da intermediario fra il Regno e l’umanità nel suo complesso. Dice la Costituzione dogmatica « De Ecclesia » approvata dal Conci-cilio il 21 novembre 1964: « ...tutti i fedeli sparsi nel mondo comunicano con gli altri nello Spirito Santo, e così « chi sta in Roma sa che gli Indi sono sue membra » (G. Crisostomo). Siccome dunque il Regno di Cristo non è di questo mondo, la Chiesa, cioè il Popolo di Dio, introducendo questo Regno, nulla sottrae al bene temporale di qualsiasi popolo, ma al contrario favorisce e accoglie tutta la dovizia di capacità e consuetudini dei popoli, in quanto sono buone, e accogliendole le purifica, le consolida e le eleva ». Da questo principio deriva anzitutto che « essere nel tempo » significa per la Chiesa di Roma sforzarsi di adeguare il più possibile l’ordine divino - soprannaturale che le è consegnato dalla Rivelazione, nella certezza che la perfetta adeguazione fra l’Ideale e il reale è possibile soltanto oltre il mondo con l’avvento, appunto, della Parusia. Ora, uno dei particolari modi di « essere nel tempo », oltre a quelli che le ineriscono in modo esclusivo, per es. la prerogativa che la Chiesa ha di pronunciarsi circa se stessa come istituto storico, è il diritto di pronunciarsi intorno ai problemi che riguardano l’uomo non soltanto in relazione alla salvezza, ma anche in relazione alla sua esistenza terrena che il Cristianesimo intende ordinata alla vita soprannaturale. E’ noto come il travaglio storico, che ha portato alla configurazione distinta delle singole attività dell’uomo in quanto operante nel tempo, sia stato lungo ed estremamente complesso. Oggi possiamo dire che le dimensioni: politica, economica, scientifica, estetica ecc. hanno una loro strutturazione autonoma, una fisionomia specifica, nel senso che trovano nelle proprie finalità la loro ragion d’essere e di operare pur essendo ciascuna in stretta connessione con le altre. Da un punto di vista del pensiero cristiano questa autonomia è in sè potenzialmente riconosciuta, perchè l’uomo agisce nella teoria e nella prassi, entro quelle dimensioni, su quel piano razionale che lo accomuna a tutti gli altri uomini e che, nella distinzione ormai classica operata dalla speculazione dei massimi filosofi cristiani, da S. Tommaso a Maritain, si pone fra il piano naturale che lo accomuna agli animali e il piano soprannaturale che collega l’uomo, per partecipazione, all’Essere che è Principio (2). Quali sono le forme attraverso le quali il Cristianesimo può offrire dei princìpi o dei contenuti atti a orientare l’attività storico-concreta dell’uomo? Ci soffermeremo in modo particolare al problema politico-economico: per il cattolico impegnato al superamento dell’attuale assetto sociale ci sembra la questione più scottante. Cristianesimo e proprietà. La Chiesa cattolica dalla fine del secolo scorso è venuta elaborando un suo corpo di dottrine relative al diritto di proprietà, alla distribuzione dei beni e, talvolta, anche ai modi stessi secondo cui dovrebbe strutturarsi l’assetto proprietario. « L'insegnamento sociale della Chiesa comprende tre elementi di natura ben diversa: 1) richiamo di princìpi del Diritto Naturale, del Dogma e della Morale; 2) giudizi su dottrine e strutture sociali; 3) direttive pratiche » (3). Con questo non si asserisce che il problema della proprietà sia rimasto estraneo al pensiero cristiano fino al sorgere della « questione sociale ». Anzi, la Chiesa di Roma in forma più o meno diretta ha sempre avvertito, almeno sul piano morale, l'incidenza della ricchezza o dell’indigenza sul comportamento dell’uomo nei confronti dei propri simili e sulla sua presumibile possibilità di salvezza. La Patristica è ricca di riferimenti al problema e, salvo varianti di scarsa importanza, si può rilevare come le idee dei Padri dalle origini fino al V e VI secolo siano dominate dal principio che Dio è il vero proprietario assoluto dei beni ai quali viene «fissato un valore etico e il cui uso deve rispondere alla comunanza teleologica stabilito da Dio a favore dei fratelli » (4). Icasticamente S. Ambrogio dirà che 67