condo il diritto naturale non c'è divisione di beni ma piuttosto secondo un contratto sociale, regolato dal diritto positivo, per cui la proprietà dei beni non è contro il diritto naturale ma è aggiunta al diritto naturale dalla ragione umana... La comunanza dei beni è attribuita al diritto naturale, non nel senso che il diritto naturale prescriva che tutto sia posseduto in comune e che nulla si possa possedere in proprio, ma nel senso che la divisione delle possessioni è estranea alle prescrizioni del diritto naturale; esso dipende piuttosto dalle convenzioni umane e pertanto è di pertinenza del diritto positivo. Così la proprietà non è contraria al diritto naturale, essa vi si sovrappone per via di conclusione razionale. (S. Th. 2, II, 66, 2 ad I)» (6). In ultima analisi, come risulta dalle sue stesse parole, S. Tommaso riconosce la storicità della dimensione proprietaria guardandosi bene dal negarla (contro certe esasperazioni riscontrabili nell’età apostolica e patristica e in alcune sette dell’età medioevale) e ne afferma la necessità in quanto parte dal presupposto metafisico che la persona umana trova il suo completamento nella fruizione della proprietà. « Potestas procurandi et dispensan-di », funzione sociale della proprietà — diremmo noi moderni — in contrapposizione al concetto romano dell’« jus utendi et abutendi »: questo è l’importante salto qualitativo operato dall’Aquinate, il quale ha così introdotto un preciso rapporto tra il piano naturale della fruizione indistinta e comune dei beni e quello storico del loro uso e distribuzione. Una domanda ora si pone spontanea; in qual modo, per mezzo di quali contenuti concreti il limpido enunciato del massimo filosofo cristiano ha trovato le sue storiche, e quindi transitorie, formulazioni? Crediamo di non andare errati se affermiamo che, al di là delle generiche e-sortazioni, al di là di iniziative a volte stupende (basti pensare, è un esempio, agli ordini sorti nel periodo precedente e successivo alla Riforma sino a S. Vincenzo de’ Paoli), di carattere benefico e assistenziale, la azione dei cattolici non ha saputo, o forse potuto andare oltre. La “questione sociale,,. Con l’avvento al potere della borghesia, con la nascita della civiltà industriale e la corrispondente formazione del movimento operaio la proprietà viene progressivamente libendosi dai suoi vincoli feudali e, demistificata dei significati religiosi predestinazionistici che l’ideologia calvinista le aveva attribuito, diventa essa stessa il titolo originario ed esclusivo di una nuova gerarchia sociale. Di fronte a questa distorsione di valori che pone la dimensione economica come unico fondamento della dinamica storicosociale, cui ogni altra dimensione viene ricondotta e subordinata, la Chiesa di Roma, preoccupata oltretutto dal generale dissolvimento della sua egemonia religiosa quale si manifesta nelle dottrine filosofiche che fanno da sfondo all'azione del nascente movimento operaio, non può rimanere estranea e non pronunciarsi circa il grave problema che d’ora in poi assumerà il nome complessivo di « questione sociale ». Senonchè troppi sono i nodi insoluti a livello politico-culturale; sistematici, malgrado i contrasti, sono i legami che il mondo cattolico, dopo il trauma dell' ’89, ha ritessuto con le classi dominanti: la Chiesa di Roma presa fra i due fuochi di un sistema di cui avversa le radici ideologiche (« Quanta cura », « Sillabo » ecc) e di un movimento di masse che progressivamente si staccano dopo secoli di fedeltà, prende la strada della difesa dei propri interessi corporativi intravve-dendola in una soluzione di tipo interclassista, sostanzialmente moderata, che, incapace di incidere il sistema, incontrerà dissensi anche notevoli presso gli stessi cattolici (si pensi, con tutti i suoi limiti, alla ribellione sconfitta di Romolo Murri). Viene certo raccomandato ai dirigenti responsabili che essi debbano curare il bene comune, ma nello stesso tempo si raccomanda al popolo di non giudicare chi li governa. Il risultato pratico è che ci si mostra più preoccupati di garantire alle classi dirigenti e privilegiate il possesso pacifico dei loro beni, piuttosto che di garantire che essi assolvano a quegli obblighi che, vedi tutta la tradizione patristica, dovrebbero costituire la sola giustificazione dei loro privilegi. Ma, a parte tutti i rilievi e le indagini ormai ampiamente documentate circa le concrete convergenze fra Chiesa (intesa naturalmente, sotto questo aspetto, nella sua dimensione umana di istituto «anche» 69