visibile) e classi dominanti, non esiste forse un nodo di fondo, tuttora irrisolto, se non per empiriche e quindi del tutto insufficienti anticipazioni, che impedisce ai cattolici di impostare in modo scientifico e innovatore il problema del superamento di un assetto ancora sostanzialmente basato sul concetto romano del-1'« jus utendi et abutendi? ». Lo stesso disagio che costituisce il filo conduttore delle successive encicliche « sociali » fino a certi recenti interventi pontifici, indicano appunto che esiste « qualcosa di profondamente sbagliato, di radicalmente insufficiente nel sistema » cui evidentemente neppure i cattolici hanno saputo porre rimedio. Si potrebbe aggiungere, tra parentesi, che a nostro parere è assai discutibile se si possa qualificare la Democrazia Cristiana come partito cattolico, non tanto per la questione di principio che un partito cattolico è un non senso, quanto per la funzione di garante che tale partito svolge nei confronti della borghesia in netto contrasto con le aspirazioni più profonde, ma per tante ragioni compresse, di larga parte della sua base elettorale. Il nodo di fondo, cui prima accennavamo, ci sembra di poterlo configurare nella identificazione del concetto metafisico di proprietà, in sè così riccamente articolabile secondo le più diverse direzioni dello sviluppo storico, con la formulazione privatistica ed esclusivizzante che è alla base dell’assetto capitalistico-borghese. La funzione subalterna che il pensiero sociale cattolico ha svolto nei confronti del capitalismo, tentando di smussarne le punte più aspre e di costringerlo su di un binario che permettesse di mantenere u-na società ordinata, rivela, a nostro parere, il vizio d’origine cui prima accennavamo letteralmente esiziale: vale a dire la mo letteralmente siziale: vale a dire la prospettiva dell’accettazione della cosiddetta « società opulenta » con tutti i miti in cui essa si configura. Pensiamo che attualmente una prospettiva del genere sia addirittura catastrofica sul piano dei valori: segnerebbe la vittoria su tutti i fronti del « particulare », cioè la fine di ogni dimensione qualitativa e universale, a cominciare da quella religiosa. Non è forse questo il processo in atto in quegli stati che la socialdemocrazia propone come punto finale dello sviluppo storico-sociale del nostro paese? Nuovi indirizzi. Nei giorni dal 21 ai 23 ottobre 1962 si è svolto a Trento un convegno sul tema « La sociologia religiosa » (7) durante il quale sono emersi orientamenti (espressi da qualificati teologi e sociologi cattolici) circa il problema della proprietà e della fondazione della dimensione politica che ci sembrano di estremo interesse proprio perchè manifestano, sia pure allo stato embrionale, una presa di coscienza nuova rispetto a posizioni tradizionali che sembravano inattaccabili. La introduzione al corso era affidata al gesuita p. L. Rosa il quale ad un certo punto ha fatto la seguente ammissione: « Pensiamo, come a un esempio, a quanto si è detto e ripetuto tante volte circa il diritto di proprietà sulla base dei princìpi del diritto naturale, e in particolare a come ci si sia in genere dimenticati di studiare l’istituto della proprietà così come concretamente si presenta nella realtà sociale. Si è finito per affermare questo diritto così come se esso fosse realizzato unicamente da una deter-mhinata struttura sociale esistente. Non si è compreso che questo diritto, come disse Pio XI nella « Quadragesimo anno », non è affatto immobile, ma può presentarsi, e in realtà nelle diverse epoche storiche si è presentato, diversamente configurato nei singoli ordinamenti. Spesso nella filosofia morale spicciola che circola nei nostri ambienti si colgono affermazioni semplicistiche. Non si è studiata la realtà, si è assunto come assoluto un determinato ordine sociale esistente non si è presa in considerazione la possibilità di ordinamenti diversi, tutti rispettosi dei diritti della persona e quindi dell’intera legge naturale. Le esemplificazioni potrebbero moltiplicarsi » (8). Questo ritorno ai princìpi è certamente sintomatico: non a caso esso comincia a farsi strada proprio in un'epoca nella quale il diritto di proprietà ha avuto sistemazioni assai diverse o addirittura « eversive » rispetto ai vecchi ordinamenti: un miliardo di persone vive e opera nei vari paesi socialisti e gran parte dei nuovi stati africani è in cerca di una via in cui, per le condizioni stesse di sotto-sviluppo in cui si trovano, il processo di accumulazione si traduca nella utilizzazione razionale e diffusiva delle ricchezze. AI convegno di Trento sono emerse po- 70