suo complesso) un tale squilibrio di forze da ridurre certe posizioni addirittura a singole individualità isolate. Ebbene, « perchè » e « come » deve operarsi la convergenza fra questi due gruppi che, indipendentemente da ogni giudizio di merito, sono le due componenti decisive della società italiana? Qual’è la piattaforma comune che oggi si presenta come la base per la costruzione di quella città terrena che esprima nel modo più organico possibile le aspirazioni del movimento cattolico e del movimento operaio? Esclusione dall’assetto borghese. I cattolici, sia come tali che come operai e contadini, non hanno tardato nel secolo scorso a manifestare la loro avversione nei confronti della società liberale: a livello sovrastrutturale (sono noti i documenti pontifici che lo dimostrano) e sul piano pratico: nascita di organismi laici (Opera dei Congressi - 1875) all’insegna dell'intransigentismo e, sul finire del secolo (la Rerum novarum è del 1891) organizzazione delle prime forme sindacali cattoliche. Non ci interessano per il momento le vicende, le polemiche, gli errori compiuti in quel periodo; certo è un fatto: i cattolici contrapponendo il « paese reale » al « paese legale », sentono di essere esclusi dall'assetto borghese, avvertono la sua tendenza a ridurre ogni realtà a sua immagine e somiglianza e, sia pure in forme immature e corporative, vi reagiscono. E’ vero che le loro organizzazioni hanno spesso un carattere concorrenziale nei confronti delle formazioni socialiste, verso le quali i documenti pontifici sono puntualmente implacabili, ma è anche vero che i contadini e gli operai cattolici vivono gli stessi problemi, subiscono lo stesso sfruttamento degli operai e contadini socialisti. La loro situazione, in quanto proletariato, non differisce da quella degli altri proletari: la base cattolica e il movimento operaio hanno dunque una radice medesima (pur essendo diversa la consapevolezza della propria funzione e pur allargandosi nei decenni successivi il fossato che li divide): la condizione di sala- riato, il ricatto sistematico dei detentori della proprietà. Potrebbe d’altra parte essere diversa la loro condizione? La proprietà individuale, assoluta ed esclusiva, affidata al libero gioco del mercato, fondante essa stessa il diritto che a sua volta la giustifica e la garantisce, non può non respingere e opprimere chi della proprietà è privo. Ora, di fronte alla protesta operaia due vie di salvezza può adottare la classe dominante (dopo i vari tentativi di cattura che stanno alla bese del giolittismo e dell’attuale formula di centro-sinistra): la via inizialmente sperimentata del fascismo e della violenza, conclusa nel modo che sappiamo, oppure la prospettiva socialdemocratica di una società dei consumi che devitalizzi ogni dimensione qualitativa cercando di soddisfare nel modo più largo possibile le pure necessità fisiche e i bisogni superflui che essa artificialmente stimola. Nen è un caso se marxisti e cattolici sono stati i maggiori protagonisti della Resistenza: non era soltanto una questione di lotta per la libertà contro la violenza e il sopruso: era la volontà, più o meno consapevole, di cosctruire nn ordine nuovo, a misura dell'uomo, dove semmai il benessere fosse un mezzo, e mai un fine. L’urgenza del dialogo. A vent'anni di distanza ci troviamo in una società che, pur conservando gli istituti che costituiscono il resto della migliore eredità dello stato liberale, vive ancora sotto il peso di quell'esclusivismo proprietario che finalizza al denaro e alla produzione qualsiasi altra dimensione. La classe operaia e contadina ne pagano lo scotto più alto, ma che cosa sanno opporre ai cattolici alla logica di una struttura che essi stessi puntellano contribuendo all’appiattimento di ogni possibile verità o valore che si oppongano al diritto proprietario vigente (il Cristianesimo ne è addirittura agli antipodi) per rivendicare la propria esistenza e quindi inciderlo e mutarlo secondo le proprie istanze? Un processo di sviluppo della libertà si caratterizza come promozione di qualità e di valori: nell’ambito dell’assetto libe-ral-liberalista (tale esso ancora è, anche 73