se i liberali sono all'opposizione) tale processo può avvenire alimentato solo da chi rifiuta l’appoggio del privatismo proprietario. Nel quadro di un ordinamento sociale adeguato alla misura dell’uomo esso potrà compiutamente esplicarsi nella misura in cui il diritto proprietario avrà finito di essere l’indifferente supporto di qualsivoglia operazione individuale e non accetterà la proprietà come fatto spontaneo, istintivo, falsamente libero in quanto sostanzialmente legato all’jus utenti et abu-tendi, ma verrà invece ad incontrare come naturale sostegno unicamente quelle iniziative e quei valori che avranno affermato vigorosamente, fuori da ogni prevaricazione costituita, la loro superiorità insostituibile. Per queste ragioni è possibile l'incontro delle forze che, fallito il centro-sinistra, possono ancora esercitare una critica di fondo al neo-capitalismo e alle sue mistificazioni: i cattolici in quanto cittadini democratici e i comunisti. Il dialogo è a due. In un articolo apparso su Rinascita del 25 aprile 1964 col titolo: « Democrazia socialista e democrazia interna di partito », l’on. Ingrao affrontava un discorso che, a livello di enunciazione teorica, per il Partito Comunista era senz'altro nuovo. Per la prima volta si ponevano in termini positivi i problemi della struttura di una società socialista con la proposta di quei lineamenti che essa dovrebbe assumere nella particolare situazione italiana, al di là della denuncia di ciò che dovrebbe sparire, fermo restando il fatto che i due aspetti della questione sono dialettica-mente inseparabili. A nostro parere dall’immediato dopoguerra il Partito Comunista, non solo si era di fatto inserito, accettandolo, nel cosidetto gioco democratico, ma della democrazia, all’interno e col movimento operaio, era stato il sostegno delle sue componenti più vitali. Gravi problemi di carattere internazionale pesavano sulla sua azione e gravi erano gli errori che avrebbe compiuto; d’altra parte lo scontro frontale col sistema capitalista e con il partito che si era ridotto, malgrado le sue origini « popolari », alla sua più immediata espressione politica, aveva impedito di affrontare nella sua completez- za il problema dello stato nella prospettiva della fuoruscita dalle strutture borghesi. Era nelle cose che la « via italiana al socialismo » non potesse assumere le forme e le sistemazioni delle altre «vie» ben note, che il problema riguardava il movimento operaio nel suo complesso, i ceti medi asserviti al monopolio, gli intellettuali ecc. e che, come tale, riguardava larghi strati della popolazione di diverse fedi politiche e religiose, ma è anche vero che, pur puntando alla formazione del « blocco storico », di questo blocco non era stala indagata, se non sporadicamente, l’interna possibile articolazione sul piano delle strutture, degli istituti, dei centri decisionali. Già Togliatti nell’aprile del ’61, scriveva su Rinascita in polemica con De Martino: « Egli ci rimprovera, prima di tutto, di identificare il socialismo in generale, col regime sovietico e con i regimi di democrazia popolare oggi esistenti in cos gran parte del mondo. Ma se noi facessimo questa identificazione, così come dice lui, a quale scopo e per quale motivo ci saremmo impegnati in quella ricerca e lotta per una via italiana e democratica al socialismo, diversa da quella che venne seguita, in altre condizioni di necessità storica, e in Russia, e in Cina, e nelle democrazie popolari dell’Europa centrale e orientale dell’Asia? Egli non ci vorrà negare che in nessun paese del mondo, ad eccezione di questi che ho nominato, esista qualcosa che anche lontanamente possa essere assomigliato a un regime socialista. Non ostante questo, credo che siamo stati proprio noi a dimostrare e sottolineare la necessità (non soltanto la possibilità, cioè), nelle condizioni nostre, di un movimento verso il socialismo che, partendo da queste condizioni, abbia la sua originalità storica e politica ». Ingrao nell’articolo prima citato ci spinge più oltre cercando di precisare dei contenuti, appunto, originali: « La costruzione di una struttura unitaria della società non significa però per noi — e qui noi correggiamo alcune interpretazioni schematiche della nostra dottrina — riduzione di tutta la società a un solo organismo sociale (totalitarismo di partito): ecco allora l’autonomia del momento sindacale, della ricerca culturale ecc. ecc.; ecco allora la supremazia del momento 74