relazione allo Schema 13. Per i marxisti la questione dell’assoluto e dell'univoco non si pone ovviamente sul piano teologico: esso si pone, almeno in Italia non è una novità, in relazione alla domanda se il marxismo sia una visione globale del mondo, se esso cioè abbia la capacità e il diritto di costringere la realtà in tutti i suoi piani (compreso il religioso), entro un’unità che, proprio perchè coatta, non può non essere esteriore e artificiosa. In Unione Sovietica, ad esempio, siamo ancora fermi alla teologica « visione del mondo », ultimo e definitivo approdo della storia del pensiero umano: non si ha ancora il minimo sospetto che tra un simile modo di affrontare i problemi della cultura, dell'arte, della filosofia, della religione e la formidabile svolta storica cui all’interno e su scala mondiale, ha dato origine la Rivoluzione d’ottobre vi è una insanabile contraddizione (la drammatica vicenda di Majakovsky ne è un evidente paradigma). Non staremo certo qui ad esemplificare, per una ennesima condanna, rozze approssimazioni contenute nel rapporto Jlicev: esse altro non sono che il frutto più deteriore di una stasi della quale anche i marxisti più avvertiti del mondo orientale cominciano a rendersene conto. A Schaff, ad esempio, ammette esplicitamente: « Nelle considerazioni teoriche abbiamo trascurato per anni interi le questioni filosofiche inerenti alla persona umana e ai suoi problemi » (12). E’ quindi vero che come sostiene Di Marco (lo ripetiamo testualmente: « ...tutta la questione del rapporto di crisi fra socialismo e religione appare come una componente della più generale crisi fra marxismo e soggettività » (13). Ma è tutto qui il problema? Che cosa comporta in ultima analisi il proseguimento del discorso di Ingrao e del Di Marco, su una via del resto già aperta da Gramsci e Togliatti, se non il dispiegarsi, in prospettiva, delle diverse dimensioni umane, qualitative e quantitative, nella loro corretta distinzione mediante la assunzione dei più validi apporti delle culture contemporanee entro un complesso unitario e, nello stesso tempo, aperto di strutture e di valori? Su tale linea di sviluppo non soltanto spetterebbe al marxismo una funzione prevalentemente metodologica di richiamo al concreto e di intersezione fra momento ideale e momento reale dei fenomeni storici, ma soprattutto esso rientrerebbe nel suo alveo naturale di scienza dello sviluppo del sistema sociale e di strumento politico per la liberazione del proletariato. Su questo piano esso ritroverebbe la sua più profonda verità perchè, come dice il Marrou: « Allo storico questa dottrina si presenta come una teoria formulata dal suo autore (soprattutto per mezzo di "tipi ideali”: capitalismo, borghesia, proletariato, classi sociali, forze di produzione), nella prospettiva filosofica che gli era propria (quella cioè di un allievo di Hegeh e di Feuerbach) al fine di spiegare un complesso di fenomeni sociali legati alla rivoluzione industriale europea del XIX secolo; indubbiamente entro questi limimiti, la teoria non ha mancato di dimostrarsi feconda, rispondendo assai largamente al compito che le era stato assegnato. Ma, a partire dal momento in cui ci si sforza di applicarsa a certi settori della realtà sempre più lontani da quello originario economico sociale, che fu il motivo immediato della sua formulazione, la sua aderenza al reale, il suo significato, la sua portata diminuiscono. E tutto questo si manifesta, tra l’altro, nel caso dei fenomeni religiosi... Se il marxismo ha avuto ed ha ancora oggi una più ampia funzione nella elaborazione della storia, essa non si risolve in queste applicazioni letterali, bensì nelle trasposizioni analogiche che è stato possibile farne: il suo vero ruolo è stato quello di insistere sulla fondamentale importanza degli aspetti economici della storia, e quindi di spingere a ricercarli ». (14) Partendo quindi da una corretta distinzione operata nel marxismo fra teoria della politica, metodo d’interpretazione storica e strumento rivoluzionario da u-una parte (per sè in continuo sviluppo e arricchimento) e concezione generale del mondo dall’altra (con tutti i pericoli di cristallizzazione dogmatica insiti in ogni « visione totale », ma tuttavia suscettibile, anche a quel livello, di revisioni e approfondimenti), non vediamo come non possa stabilirsi un dialogo fecondo fra cattolici (ripetiamo: in quanto cittadini) e comunisti per condurre avanti la batta- 76