Egidio Lucchini \ Qg| ppjHldtO pratico dell’uomo 1) Tragedia dell’ umanesimo antropocentrico o del Cristianesimo non umano ? Prima c’è l'uomo. Questa vuol essere soltanto l'affermazione del primato pratico dell’uomo, del suo valore originario e superiore in ordine alla situazione sociale e storica. Nulla sopra l’uomo: non lo Stato, non la Chiesa, non l’economia; e nemmeno la cultura, l’arte, la religione. Queste manifestazioni, queste organizzazioni sono al servizio dell’uomo, mai viceversa. Come appare dalle esemplificazioni, ci si sofferma di proposito, nelle considerazioni e nelle affermazioni, agli aspetti fenomenici, storici, e non ai problemi metafisici. Noi riconosciamo esplicitamente la impossibilità teoretica, e tanto più pratica, di fondare l’uomo su se stesso, di far coincidere esistenza ed essenza, insomma di far a meno di Dio. Non sta nell’autonomia rispetto a Dio l’autentico, effettuale umanesimo. Scrive Jacques Maritain: « Si capisce come l’umanesimo antropocentrico meriti il nome di umanesimo inumano e che la sua dialettica debba essere considerata come la tragedia dell’umanesimo » (1). Sulla scia, indubbiamente feconda e penetrante, dell'Umanesimo integrale di Maritain, s’è svolta tutta una produzione, divenuta poi quasi una moda, come succede, intorno alla persona umana (in particolare vi si sono impegnate la sociologia e la pedagogia di parte cattolica). Il dopoguerra culturale ha segnato il ritorno dell’uomo, dopo la fine (provvisoria) di alcuni miti disumani o, come si diceva, super-umani. Tra quei libri si distingue, anche per la testimonianza lucida e generosa dell’autore, il volume di don Carlo Gnocchi, Restaurazione della persona limano (2). Riprendendo ed attualizzando le considerazioni di Pascal (miseria e grandezza della persona umana: cfr. le sublimi Pensées), anche don Gnocchi condivide la tesi di Maritain circa la « tragedia della personalità », sviluppatasi a seguito dell’Umanesimo, del Rinascimento, della Riforma: « La crisi dell’uomo moderno e della sua civiltà è la crisi del mondo nato dalla Riforma » (3). Vengono così messi sotto processo, e sommariamente condannati, insieme col Protestantesimo, l’Illuminismo, il Monismo idealista (Hegel) e materialista (Marx) e via via tutte le disgregazioni dell’ uomo, operate da Darwin, da Freud, da Nietzche. Si dichiara la bancarotta della civiltà laica moderna, che postasi in polemica contro l'era medioevale, non ha liberato l’uomo, ma Io ha reso sempre più schiavo: « L’uomo moderno è caduto sotto le degradanti schiavitù della macchina e del danaro nel capitalismo; della massa, della collettività e della violenza nello statalismo totalitario: dal giorno della sua ribellione a Dio, l'uomo non è mai stato così schiavo come oggi » (4). Pur condividendo l'accusa degli autori finora citati su una certa responsabilità dei movimenti culturali e sociali dell’età moderna a proposito della « sconsacrazione » dell’uomo e della sua conseguente strumentalizzazione da parte del mondo economico e politico, mi rifiuto, tuttavia, di concludere sulla negatività dell’era moderna e di converso, sulla superiorità dell’era medioevale. Anche quando lo si riconosceva figlio di Dio e fratello in Cristo, con questo semplice (pur se, in assoluto, fondamentale) atto devozionale, l’uomo non guadagnava per intero, e comunque non più che nei secoli successivi, libertà ed autonomia, rispetto ed uguaglianza. Insomma, come ha insegnato Machiavelli, non le sole disquisizioni ideali, le precisazioni metafisiche, le consacrazioni religiose, hanno rilevanza nel concreto della storia e della vita dell’uomo; a volte non ne hanno alcuna, o comunque meno di quanto teoricamente parrebbe e si dovrebbe. Bisogna, invece, badare alla « realtà effettuale », la quale, per venire al dunque, ha messo sul conto della civiltà mo- 79