derna tanti di quei valori (di tecnica, di progresso, di scienza, di arte, di condizioni più elevate di vita economica e culturale, di maggiore dignità civile, di autogoverno politico ecc.) che hanno soltanto il torto di essere « sganciati » da Dio, quando però lo sono veramente (e chi scrive pensa che non lo siano quasi mai). Il problema si fa delicato ed intenso. Si fa riflessione ardita ed incerta nello stesso tempo. Coraggio e paura si stimolano e si condizionano a vicenda. Perchè certe verità fanno più male a chi le scopre che a chi vengono rimproverate; e poi ci si avvede che non c'è una sola verità, che uno stesso fatto ha aspetti positivi e negativi insieme, che il male e il bene non sono manicheisticamente distinti e divisi, che una civiltà può essere detta o ritenuta cristiana quando non la è nella sostanza, e un’altra civiltà forse è più cristiana a dispetto di tutto. Ma allora? Allora è tempo che si smetta di appiccicare etichette, di prendere a prestito i giudizi, di fermarsi agli slogans della propaganda, di chiudersi nella propria parrocchia, o nel proprio ghetto, per non contaminarsi con gli altri (Cristo stava bene con gli altri; li andava a cercare; iniziava il dialogo con loro). 2) Dal “Dialogo alla prova,, al “ Vicario „ A proposito del dialogo, l’esperienza fiorentina di cinque marxisti di fronte alla coscienza religiosa e di cinque cattolici di fronte al nuovo Stato da costruire (5), merita un po’ di attenzione, di là dalle facili e irritate condanne, e pure di là dalle non meno facili speculazioni e strumentalizzazioni. Come scrive, nell’introduzione al dialogo, Mario Gozzini, si tratta di iniziativa di cattolici, convinti che « secondo il pensiero cristiano, la forza del male nasce dal bene che vi è nascosto; e questo bene deriva da Dio » (citazione ripresa dal gesuita tedesco Karl Rahner, pag. 3). Si tratta, comunque, di un dialogo strettamente culturale, diciamo pure religioso, e non politico, cioè a dire, a livello di partiti. E’ un colloquio aperto, utile, necessario, persino spregiudicato, mal tollerato dai dogmatici delle due sponde (o tollerato con riserve mentali, per usare un’espressione generosa). E’, ad ogni buon conto, una lettura raccomandabile, stimolante, ricca di suggestioni e di revisioni (si pensi al saggio di Lucio Lombardo Radice: « Un marxista di fronte a fatti nuovi nel pensiero e nella coscienza religiosa »; alle aperture di Ruggero Orfei, di G. Paolo Meucci, di Danilo Zolo, di Nando Fabro: dove si dimostra che i cattolici intervenuti nel dibattito hanno palesato minori complessi, senza cadere in cedimenti; e infine le riflessioni filosofiche di S. Di Marco sul problema dell’uomo, che è il punto vero e ultimo di incontro, nello spirito di un ritrovato umanesimo contemporaneo). Tutto questo è stato possibile (purtroppo, dicono gli uni; finalmente, ribattono gli altri, e sono i più) col pontificato di Giovanni XXIII: « con fervore portare lo scompiglio nelle proprie file », come annota acutamente un poeta di casa nostra e dei nostri giorni (6). Ma non s’è trattato di rivoluzione improvvisa, o impreveduta; è scoppiata, con grande fragore, data la quiete dell’ imperversante conformismo, del cattolicesimo stagnante, piagnucoloso od astioso, la bomba dell’entusiasmo religioso misto all’amore umano; soltanto questa combinazione rende vivo ed efficace il Cristianesimo (è il senso reale anche se misterioso, dell’Incarnazione). Tra i primi, Don Mazzolali comprese e preparò i tempi che abbiamo cominciato a vivere: « Egli aveva presentito — con l’acume doloroso dei profeti disarmati e perseguitati — che una nuova primavera stava sbocciando nella Chiesa... Il 10 novembre 1958 scriveva ad un amico: « Abbiamo un Papa di carne e tutto il mondo ne è sollevato. La paternità non è un sentimento aereo; tant’è vero che il Figlio del.-^ l’Uomo è il Dio fatto Carne ». (7) Non per contrasto, che sarebbe irriverente e di pessimo gusto, e comunque di totale assenza di spirito storico (oltre che di fede nella Provvidenza, che manda, a seconda dei tempi, Papi diversi per la Chiesa di Cristo, ma unicamente per registrare atteggiamenti con prevalenti considerazioni dottrinarie e diplomatiche, viene fatto di pensare al « Vicario » (8), al dramma cristiano, come lo qualifica nella prefazione Carlo Bo. A proposito del « silenzio di Pio XII » lo scrivente ebbe modo di chiarire, sulla base di un minimo di documentazione, gli equivoci, i limiti, 80