Riprendendo il filo interrotto, oltre ai corsi di cui si è detto, la scuola ed il dopolavoro avevano messo in cantiere congiuntamente alcune iniziative di indubbio interesse: proiezioni di films scelti fra i più significativi e loro discussione; incontri mensili con il libro e con l’autore, sia attraverso la presentazione critica di opere del passato, sia attraverso la discussione diretta con alcuni esponenti della narrativa contemporanea; incontri periodici con il teatro. Il cinefonim ha avuto vita breve, esaurendosi dopo un paio di serate, dedicate, fra l’altro, a pellicole di non eccessiva levatura. Gli incontri con il libro o con il teatro sono stati rimandati a tempi migliori, mentre si sono invece svolti due cicli di manifestazioni « a tema », dedicati, il primo, alla vita artistica mantovana negli ultimi cento anni, il secondo, tuttora in corso, alle varie espressioni dell’arte musicale. Il limite intrinseco nella prima iniziativa è notevole, ma avrebbe potuto risultare un’esperienza tutto sommato molto interessante, se essa fosse stata informata ad uno spirito più aperto. A prescindere dalle intonazioni del più deteriore e pacchiano provincialismo, la evidente parzialità della presentazione ha impedito l’approfondimento di un discorso autenticamente culturale e non banalmente strumentato, sdolcinato, melenso, così come è in effetti risultato, anche se non è mancato un discreto successo di pubblico e di partecipazione. Tanto per esemplificare, la tradizione popolare mantovana è stata ridotta al teatro dei burattini od alla poesia dialettale minore: qualsiasi fermento progressista, od anche semplice-mente protestatario, così come si è espresso, ad esempio, nei canti sociali o del lavoro della fine dell’ottocento, è stato completamente trascurato. Vi è stata anzi la valorizzazione di una certa componente qualunquistico-rinunciataria, scanzonata solo in apparenza, che non è mai assente nella cultura popolaresca di ogni regione d’Italia: il ca’ nisciuno è fesso dei napoletani, il nostro chi da nualtar la taca miga... Di molto maggior impegno il secondo ciclo: le serate sinora effettuate sono state dedicate alla musica da camera, alla lirica, al balletto. L’impostazione, è vero, è stata un tantino didascalica, si potrebbe forse più esattamente definire « propedeutica », ma occorre tenerne presente il carattere « di massa », il fatto che queste manifestazioni si rivolgono ad un pubblico in gran parte inesperto, anche se indubbiamente appassionato, per il quale occorre tutto un discorso preliminare e che deve essere aiutato nella comprensione: il che va fatto sovente in termini assai elementari. Sotto il profilo strettamente metodologico, mi sembra dunque si debba esprimere un giudizio positivo. La politica culturale della Edison nei confronti delle maestranze, a livello di « holding », è d’altronde un esempio ben congegnato di articolazione e, in un certo senso, di spregiudicatezza. Essa viene graduata a seconda dei mezzi, del tasso di partecipazione individuale alle diverse iniziative promosse, delle tradizioni e delle esperienze di lavoro. Se a Mantova essa è ancora nella fase di iniziazione, a Milano assume ben altra consistenza. Al dopolavoro Edisonvolta di Milano, ove le condizioni ambientali sono ben differenti da quelle della nostra cittadina di provincia, si sono svolti recentemente dei dibattiti sull’espressionismo, introdotti e diretti da autentiche personalità del mondo culturale: Enzo Ferrieri, Mario Monteverdi, Umberto Eco, Guido Aristarco, tanto per citare solo i più noti. Non dimentichiamo che la Edison ha sempre avuto alle sue dirette dipendenze giornalisti di buona fama, registi, insegnanti, studiosi di sociologia e di pubbliche relazioni, accanto ad una schiera di tecnici qualificati e di prim’ordine. Spesso si sente parlare di « industria della cultura », e si scrivono sull’argomento fiumi di 85