La vacca Chiarina A poca distanza da Cipada, un migliaio di cavezzi all’incirca, c’è una località che si chiama la Mottella: così raccontano le storie. Un borgo di poche case, con intorno una bella spianata di campi. Alla Mottella c’era una chiesa, ormai vecchia e quasi diroccata, dove una certa semenza di frati era solita officiare alla stessa maniera che usano i soldati tedeschi quando officiano alla taverna. Non so bene sotto quale regola vivessero, ma, per quanto si poteva vederne dal di fuori, frate Stopino, ornamento e splendore della parrocchia, aveva portato a perfezione la riforma di quel convento, abitato da santissimi cappucci. Ho tuttavia un certo ritegno a descrivere i loro costumi (che niente hanno da invidiare a quelli dei maiali) perchè altrimenti i buoni rischierebbero di perdere il vino, il pane e il companatico, se venissero a mancare le regalie dei laici. Peraltro frate Stopino, dopo aver insegnato ai suoi monaci i precetti della cucina, li ha incoronati dottori nell’arte leccatoria. Due frati dunque, di quelli che stavano tra le mura di Stopino (dove è puzza di lardo, più che odore di sanità), si erano incamminati in gran fretta per andare insieme non so dove. Trottavano gli scostumati con passo sbilenco, guardando ogni cosa all’intorno con faccia proterva e dando pessimo esempio alla gente semplice di quel paese: sfacciati, sbracati, chiacchieroni, senza pudore, senza luce d’intelletto, col pensiero sempre fisso all’arte del ruffiano, a quello del baro, oppure a quella del pitocco. E mentre insieme si affrettavano per far visita a qualche buona comare, ecco che vedono venirgli incontro Zambello, che cacciava avanti col pun- 89