Aspetti teorici della traduzione nella opera “Les problèmes théoriques de la traduction,, di Georges Mounin (Editions Gallimard, 1963) a cura di Aldo Enzi Il problema della traduzione si era imposto all’attenzione dei filosofi sin dall’antichità. Esso origina dall’ incontro, o, se si vuole, dal conflitto di due civiltà diverse, di due forme di cultura opposte: alla sua base sta quindi la forma estrema e genuina di un contrasto, che tuttavia risulta mitigato quando insieme affiorino in misura variabile elementi di assimilazione e di compenetrazione reciproca. Il problema fino all’800 è stato sempre posto in senso limitato; ogni discorso sulla traduzione sottintendeva il passaggio di contenuto da una lingua di cultura ad altra. Pertanto il tradurre era reputato un utile esercizio perchè, addomesticando il pensiero colle bellezze recondite delle grandi testimonianze letterarie, allargava gli orizzonti e fecondava la produttività; inoltre, conducendo il tradurre a una analisi minuta del pensiero dell’autore tradotto, ne procedeva « utile ginnastica all’intelletto e insieme larga e piena conoscenza del pensiero stesso ». II problema quindi veniva impostato nei suoi presupposti letterari e filologici, e nelle sue conseguenze culturali. Il fatto che nel problema della traduzione si fosse assunto a unico campo di osservazione quello delle lingue di cultura, ha impedito di avvertire sia il giovamento, sia la difficoltà, che alla conoscenza particolare dei valori di ciascuna lingua poteva derivare dal raffronto con elementi paralleli delle lingue meno note. Quando già nel ’500 tale vantaggio fu avvertito, non mancarono severe resistenze dovute al carattere di assolutezza che il peso della tradizione conferiva alle lingue di cultura. Non erano certamente ignote le difficoltà. « L’attenzione degli antichi verso il linguaggio ha gravitato su due diversi aspetti: quello che possiamo dire psicologico, del significante rispetto alla natura, quindi del valore di verità naturale che esso ha, e quello logico del linguaggio come forma del pensiero. Ma non è stato ignorato quello culturale, del linguaggio, cioè, come componente della storicità dei popoli, particolarmente rilevato nella sua partecipazione alle attività creatrici della parola » ( 1 ). Una difficoltà alla traduzione è evidentemente rappresentata non solo dalle differenze delle forme particolari a una nuova struttura, ma anche dal fatto che a questa diversa forma dia maggiore contributo la logicità o non piuttosto il lato intuitivo, emozionale o pratico. Le difficoltà intuite avevano sì indotto a pensare che il tradurre potesse essere impossibile, però l’affermarsi della attività traduttrice e, soprattutto, l’atteggiamento dei filosofi, avevano fatto assumere come canone assoluto che la traduzione fosse sempre possibile. Il linguaggio era concepito come una innata facoltà di espressione; questa spinta all’espressività, considerata come un denominatore comune che sotterraneamente lega le lingue una all’altra, si riportava alla ragione fondamentale della universalità dello spirito e del pensiero umano. È vero che il linguaggio ha in sè qualche cosa di necessario e di naturale, e intanto è universale in quanto è comune a tutti gli uomini, però esso, nelle varie lingue, si determina in una scelta diversa dei molteplici aspetti della realtà e si avvale di simboli fonici, il cui valore è convenzionale e non naturale, par- 94