ticolare e non universale. Non si avvertiva pertanto nelle lingue « una diversa tendenza, o, se si vuole, un diverso indirizzo nella costituzione di unità noetiche organizzatrici del reale, nel senso che l’ambito in cui opera la categoria della identità o della omogeneità può essere più o meno vasto »(2). Nella valutazione del nostro problema si era affacciato anche il concetto del « facile » e del « difficile ». Già Cervantes, facendo dire a Don Chisciotte che le traduzioni altro non sono che dei « tappeti visti alla rovescia », osservava che il tradurre da una lingua facile (noi diremmo da una lingua strutturalmente affine) non è altro che « decalcare ». La difficoltà quindi, non l’impossibilità — che alla possibilità del tradurre non si conoscevano limiti ■— era intuita nella costrizione a crearsi una nuova storicità culturale e linguistica. Il problema della traduzione si trasformava anche nel problema del traduttore; si spostava dal contrasto oggettivo di due culture inverate nelle rispettive lingue, alla soggettività — sensibilità e cultura — dell’intermediario, il quale « essendo padrone per definizione di due lingue, domina anche due civiltà, per lontane che esse possano essere per gli altri mortali » (3). Trasferito il problema nella personalità del mediatore, si poneva il quesito della <' fedeltà » e della « infedeltà », si affermava l’esigenza di definire le qualità del buon traduttore (4). Non si ignorava, è vero, ma pur tuttavia non si teneva nel dovuto conto, la profonda differenza che intercorre fra i due poli della impossibilità teorica e della possibilità pratica della traduzione, né si indugiava a riflettere sulla differenza fra lingue prive di scrittura, cioè lingue di popoli a livello etnografico, e lingue di cultura, cioè lingue di popoli aperti a tutti i problemi (5). Esistono lingue che obbiettivano forme di civilità in cui è assente la struttura logica del pensiero, lingue il cui contenuto lessicale-semantico è assolutamente chiuso alla ricezione di elementi culturali esterni; esistono per l’incontro lingue capaci di assimilare senza nocumento alcuno per la propria autonomia, qualsiasi elemento straniero. Anche nei confronti del traduttore il problema veniva posto sempre tenendo presenti quelle lingue che, storicamente considerate, apparivano come il prodotto elaborato dalla tradizione di una particolare forma di cultura. Il tradurre pertanto era giudicato alla stregua di una tra- sposizione di linguaggio da una forma culturale ad altra. Già il Machiavelli aveva visto il problema in questo senso: « Ma quella lingua si chiama d’una patria, la quale con-vertisce i vocaboli che ha accettato nell’uso suo, ed è sì potente che i vocaboli accettati non la disordinano, ma ella disordina loro, perchè quel ch’ella reca ad altri, lo tira a sè in modo che par suo ». Il problema della traduzione ha un’ampia letteratura e una storia millenaria: sorto da esigenze d’ordine pratico, impostosi su un piano universale col diffondersi dei grandi movimenti religiosi, esso sollecitava una soluzione dibattendosi fra la tradizione sacra del rigoroso rispetto al verbo divino e la tendenza letteraria profana al libero adattamento. Ma le soluzioni prospettate attenevano sempre alla filologia, alla stilistica, non alla linguistica pura. Il problema era stato indagato nella figura, nella trasparenza dell’interprete, il quale veniva rappresentato ora come un momento di contatto preliminare fra due civiltà, ora come strumento veicolare; era stato studiato nel suo aspetto di espansione, di convergenza culturale e di esigenza civilizzatrice, di permeabilità e di adeguamento di linguaggi espressivi riflettenti mondi diversi, di equivalenze significative e di corrispondenze semantiche; si era ripudiato il culto della parola isolata e si era riconosciuto il valore dei sintagmi; si era avvertita la necessità dell’interpretazione dei valori evocativi, della espressività accessoria, e si era intuita la validità del rapporto fra atto linguistico e situazione; si era posto in rilievo il contrasto fra traduzione poetica e traduzione di ordine scientifico e pratico; era stato reso evidente l’atteggiamento ricettivo di una lingua vitale, « la quale spalanca ansiosamente le porte a tutto quanto è nuovo, umano, perché capace di sentirlo come proprio ». Il problema della traduzione perciò non poteva avviarsi a una soluzione scientifica, fin tanto che imperava il principio di una mera differenza di cultura. Lentamente, dal tardo medioevo in poi, l’ampliarsi delle cognizioni linguistiche contribuì ad indebolire la tradizione aristotelica determinando una situazione nuova. Si giunse a intuire una diversità non solo esterna delle lingue; « la idea del loro interno e più intimo divergere, da curiosità quasi favolosa che era, cominciò a diventare un concreto dato di esperienza e un oggetto di ricerca scientifica » (6). 95