Mancava, cioè, una trattazione rigorosamente, consapevolmente scientifica: Georges Mounin assolve questo compito. * * * L’opera, presentata in una breve prefazione da Dominique Aury, si divide in sedici capitoli raccolti in sei parti: 1°) La linguistica e la traduzione; 2°) gli ostacoli linguistici; 3°) il lessico e la traduzione; 4°) la visione del mondo e la traduzione; 5°) la etnologia, la filologia e la traduzione; 6°) la sintassi e la traduzione. Nella esposizione della materia abbiamo ritenuto opportuno attenerci alla sequenza dei capitoli. Come avverte subito il Mounin, la parola traduzione è da interpretarsi nella sua accezione più vasta (si pensi alla traduzione della Bibbia in tutte le lingue del mondo) e non deve essere limitata alla comunicazione fra lingue di cultura, e neppure nel senso di ri-creazione artistica, perchè, in quest’ultimo caso, si entrerebbe nel campo della filologia, della estetica o della letteratura, ma non della linguistica pura (7). Una teoria della traduzione cercherà di comprendere perchè e in quale modo, nonostante tutto quello che è stato detto circa la eterogeneità radicale dei diversi sistemi linguistici, gli uomini riescano a comunicare fra loro. L’autore esamina le teorie linguistiche che negano teoricamente la legittimità della traduzione, o, quanto meno negano, sul piano linguistico, la validità di ogni attività pratica di traduzione, motivando il loro atteggiamento sia con la considerazione che la nozione tradizionale di significato non è più accettabile, in quanto non consente un accordo sui valori universali, sia colla teoria dei campi semantici, e cioè che ogni lingua organizza la realtà cogliendo aspetti parziali e non totali del fatto esterno, sia colla teoria delle Weltanschauungen (visioni del mondo), per cui ogni lingua struttura diversamente l’universo, sia infine colla teoria delle civiltà etnograficamente diverse, per cui la interpretazione semantica dei fatti ecologici, tecnologici, ecc. non trovano mai piena rispondenza in altra lingua. Le difficoltà che insorgono nella traduzione potrebbero pertanto ridursi a due tipi: difficoltà interne della linguistica e difficoltà ad essa esterne, che potremmo chiamare, secondo la scuola americana, etnografiche (8). 1) Mounin considera la traduzione una attività linguistica, e quindi affronta i vari problemi attenendosi scrupolosamente al suo assunto. Egli espone le sue teorie sia diretta-mente, sia indirettamente, recensendo altri autori. Parlare di traduzione è parlare di bilinguismo; pertanto la traduzione è un fenomeno di contatto, di interferenza fra due lingue, che si invera dapprima in un individuo particolare. Ogni lingua però è una struttura a sè, un complesso di sistemi e di elementi distinti ma interdipendenti e solidali. Quando essa venga a contatto, o, il che è lo stesso, si trovi in opposizione a un’altra struttura, difficilmente può restare immune da deviazioni. Il caso ipotetico del traduttore perfetto il cui virtuosismo rendesse fattibile sul piano pratico la coesistenza di due strutture linguistiche diverse, senza tracce di contaminazione, non dovrebbe interessare il linguista se non come problema di eventuali esiti di confronto. Nella coscienza del traduttore il contatto, diciamo pure l’influsso, si manifesta soprattutto nella predilezione dei neologismi stranieri, nella tendenza ai prestiti, ai calchi, alle citazioni non tradotte, nella ripetizione di parole e di espressioni che, tradotte una prima volta vengono poi mantenute nella lingua originale. Il maggiore o minor prestigio di una lingua di cultura influisce poi sulla efficacia della interferenza. Il problema della traduzione esiste e può essere affrontato tenendo presente: a) l’attività del traduttore, attività pratica che aumenta rapidamente in ogni campo della cultura; b) l’impiego di macchine elettroniche che apte inaudite possibilità; c) gli aspetti teorici delle moderne correnti di linguistica struttuialista e funzionale, secondo le quali la traduzione dovrebbe essere impossibile. Fra l’altro la linguistica moderna mette in forse la validità della traduzione negando la validità della nozione di « significato ». L’autore non potendo negare nè la validità delle conclusioni cui giunge la linguistica strutturalista (tradurre è impossibile), nè la validità delle traduzioni affermate dalla pratica sociale (quindi tradurre è possibile) sottopone a una attenta disanima gli aspetti del problema. 2) La traduzione concepita come attività linguistica non è mai stata oggetto di una indagine scientifica. Nè i grandi linguisti, nè le grandi enciclopedie, salvo poche eccezioni, degnano di un esame approfondito il nostro 96