spetto combinatorio, porterebbe a pensare che la traduzione possa essere ridotta a un mero problema di conversioni algebriche, cioè a un passaggio dalle formule linguistiche di un sistema (per es. il tedesco) alle formule linguistiche di un sistema diverso (per es. l’italiano). Sappiamo che il lessico allo stato attuale delle ricerche non si lascia strutturare, però si lasciano ridurre a sistema la morfologia e la grammatica. Quindi sotto l’aspetto morfologico e grammaticale ogni lingua è una specie di algebra. Si ritorna al principio dell’isomorfismo, applicato ora ai piani della linguistica e della matematica. Le formule algebriche si valgono di simboli universali che sono l’espressione di una rigida convenzione; esse non hanno un loro significato compiuto, esse sono disponibili per l’uso che se ne vorrà fare; e l’uso che se ne fa consiste proprio nel riempire di contenuto le formule vuote del sistema, cioè riempirle di leggi di corrispondenze, di valori aritmetici, di numeri, di distanze, di velocità, di masse... Allora le formule acquistano un loro significato pieno che consente la comunicazione. Allo stesso modo la linguistica combinatoria può creare dei modelli vuoti, morfologici e sintattici, dello stesso tipo delle formule algebriche; questi modelli rifletterebbero la struttura delle lingue come fossero dei calcoli non interpretati; basterebbe aggiungere dei valori concreti, dettati dalla realtà non linguistica, e le formule diventerebbero pienamente espressive. Si avrebbero, in altre parole, delle strutture formali non interpretate; il lessico cioè si comporterebbe nei confronti della linguistica combinatoria, come l’aritmetica nei confronti dell’algebra. La possibilità d’una lettura delle strutture formali non interpretate e di una lettura delle strutture formali, interpretate mediante addizione di valori semantici (confronta la lettura algebrica e la lettura aritmetica delle formule), è inequivocabilmente dimostrata sul piano pratico dalla effettiva interpretazione di testi in lingue non ancora totalmente decifrate. La linguistica americana, partendo dal postulato della impossibilità di una accessione alla plenitudine del significato, ha finito col bandire la semantica dalla linguistica strutturale. Questo atteggiamento implicante la reiezione del contenuto, della « sostanza », ha reso necessaria la formulazione di una nuova terminologia che riflettesse appunto l’aspetto antisostanzialista della linguistica: linguistica descrittiva, strutturale, combinatoria, interna. Ma la semantica, cacciata dalla porta, rientrava, dalla finestra, nel campo della linguistica generale sotto forma di nuove specializzazioni: psicologia del comportamento espressivo, psicolinguistica, sociolinguistica, etnolinguistica, metalinguistica. Il problema trattato sinora sotto l’aspetto della linguistica interna, sarà ora analizzato sotto l’aspetto della linguistica esterna, cioè alla luce dei rapporti fra traduzione ed etnografia. La scuola americana intende per etnografia la descrizione esaustiva della cultura di una comunità, e definisce cultura l’insieme delle attività e delle istituzioni attraverso le quali una comunità si manifesta (tecnologie, struttura e vita sociale, organizzazione del sistema di conoscenza, diritto, religione, morale, attività estetiche). Ma è esattamente quello che si intende per contenuto semantico di una lingua. In fondo è il concetto dei traduttori greco-latini per i quali non bastava conoscere le parole, per tradurre « il senso », ma occorreva anche conoscere le « cose » di cui il testo parlava. Questa esigenza, a dire il vero, non era mai stata ignorata dai traduttori, però non era mai stata formulata esplicitamente (17). In questo senso la linguistica strutturalista americana affermando che le parole non possono essere comprese compiutamente fuori del contesto dei fenomeni culturali di cui sono simbolo, segna un passo decisivo a favore della teoria della traduzione. E in realtà i tanto decantati soggiorni all’estero che sono unilateralmente concepiti come mezzo indispensabile per appropriarsi una pronuncia corretta, altro non costituiscono, benché la verità non venga mai esplicitamente riconosciuta, che l’occasione unica di diventare « etnografi ». Si può accedere dunque ai significati di una lingua per due vie: quella linguistica e quella etnografica (che è poi la via seguita dagli in-fanti). Ora, considerando la traduzione sotto l’aspetto etnografico, il processo ci si presenta in un duplice senso: dall’una all’altra lingua e viceversa. Se le lingue appartengono allo stesso livello culturale, la etnografia non presenta problemi insolubili; neppure il passaggio da una lingua a basso livello culturale a una lingua di cultura, offre difficoltà insormontabili; ma non sarà possibile la traduzione da una lingua di cultura a una lingua di popoli primitivi, non 102