Luciano Spagna SUL JAZZ : RITORNO A CHARLIE PARKER Basta pensare a una decina di anni fa per accorgersi che un discorso sul jazz si fa oggi sempre più diffìcile. Prendiamo, ad esempio, le prime incisioni nello stile cosiddetto « cool », o quelle appena successive del genere « californiano »: sembra la prodigiosa stagione artistica di ieri, e in effetti sono passati solo alcuni anni, eppure il tempo in questo caso assume una dimensione che si dilata senza dubbio oltre i termini apparenti al punto che tutto ciò, che appena a un dipresso si poneva ancora in termini di una chiarezza nonostante tutto esemplare, oggi si configura collocato in un'epoca che è tanto antica quanto le stesse origini del jazz. Del resto nel jazz il tempo ha sempre avuto una dimensione particolare, fin dai giorni eroici, ovvero il suo evolversi, in un arco che supera appena il mezzo secolo, ha consumato uno sviluppo che in altre sedi artistiche, le tradizionali, occupava uno spazio misurabile con un respiro infinitamente più esteso. Ma a questo punto si potrebbe considerare che tutta l’arte in genere, dalle prime manifestazioni, ha per così dire, attraverso i millenni e i secoli prima, i decenni o addirittura gli anni dopo, conosciuto una progressiva speditezza nel suo divenire. Il jazz in questo senso, nonostante l’apparizione che, nel suo contesto umano e sociale, potremmo definire epica e senz’altro romantica, è nato certamente come arte moderna anche se con certe contraddizioni che vedremo poi. Un modernismo che è andato via via accentuandosi fino ad assumere, negli ultimi vent’anni, il ritmo che era proprio delle espressioni d’avanguardia di ogni tipo. Dalla rottura con una tradizione che ormai si ripeteva con una monotonia nauseante fino alla vera e propria rivoluzione del « bop », e quindi all’introversione intellettualizzata e persino cerebrale (come alcune « anomalie » alla Lennie Tristano) del cool, e poi alla allegra esplosione prodottasi sulla costa occidentale degli Stati Uniti, il tutto pare essersi verificato in una successione non solo bruciante nel suo rapido e vigoroso vitalismo, ma che pareva dovesse considerarsi come la vera, autentica data di sviluppo del jazz; tale era, o sembrava, irreversibile il suo indiscutibile proiettarsi in avanti. Pareva che il processo, così logico, dimostrabile, accettato senza discussione ma anzi con immediato entusiasmo, dovesse proseguire verso tutte le più audaci prospettive immaginabili. E in effetti, la stagione fu, come abbiam detto, letteralmente prodigiosa. Assistere, partecipare a un’evoluzione attraverso tutte le sue fasi, e queste seguite e controllate in ogni particolare, in piena coscienza, accettarne subito e quindi propugnare i termini con convinzione assoluta, con una consapevolezza e una adesione totali, era perlomeno esaltante. Fu forse il momento in cui il jazz e le persone ad esso interessate, i musicisti come i critici e gli amatori, sentirono di respirare aria di genio, fu l’istante in cui presentirono l’ebbrezza e la commozione intensa che deriva dal presumere che forse stava per essere lasciato un segno profondo e universale: in quel momento il jazz era musica, pensiero, impegno (o disimpegno) in cui pareva, insomma, essere tutto. 105