E invece il jazz era già in crisi. La crisi attuale del jazz non ha, a dire il vero, caratteri di eccezionalità o comunque di jazzistica particolarità. Il jazz, nel suo sforzo di allinearsi, inserirsi nei contesti artistici di sempre, ha finito non solo per porsi al passo, ma per divenire addirittura una delle più vistose denuncio della crisi in cui si dibatte un po’ tutta l’arte oggi. Attualmente, quella che ieri era l'ancora romantica e intelligibile estro-versione dell’animo del negro d’America, è diventata una forma, anzi una informale espressione astratta quanto, appunto, una pittura astratta. Non ci si era accorti, a dire il vero (e ciò, oggi che si comincia a tentare una definitiva collocazione critica, appare molto grave) che la crisi era cominciata subito dopo Parker e, anzi, con Parker stesso. Certe standardizzazioni di Gillespie prima e il cool poi, ne erano già i primi preoccupanti sintomi, ma che allora, diamone atto, erano assoluta-mente non identificabili. Prima di entrare nei dettagli della crisi, vediamo di delinearne le grandi linee. Il cool sembrò uno sbocco, e forse lo fu o comunque poteva esserlo, e probabilmente lo si può anche considerare il logico sviluppo di un Parker alla maniera, poniamo, di Lover man, ma soprattutto a quella delle a noi ignote e anonime improvvisate sessions di Los Angeles, San Francisco e New York (dicono che il Parker migliore fosse quello imprevisto delle ore piccole: purtroppo non è stata tramandata qualche testimonianza registrata di questi improvvisi estri notturni). Ma il cool denunciava già i sintomi della crisi: il formalismo. Questo jazz che in notevole misura pareva provenire dall’anima, era, ce n’accorgiamo oggi a distanza, viziato da un incoreggibile formalismo. Formalismo dell’introversione, se vogliamo, formalismo dell’anima, anche, ma pure formalismo della forma. Ci fu un inaridimento, da un lato attraverso vie troppo e solo personali e quindi non suscettibili di sviluppi collaterali come quelle di Lennie Tristano, dall’altro attraverso il progressivo palesarsi del cool in formula al punto da consumare se stesso irrimediabilmente. Ci fu, si diceva, l’allegra esplosione della West Coast: e con questo il più, sulla via della crisi, era fatto. Ci siamo goduti qualche anno di sensualità, ma quello che prima poteva essere « barocco », si era irreparabilmente trasformato in « rococò », si fa per dire. Il californian segnò già una grossa involuzione con questo suo voler ritornare a uno spirito già definitivamente assegnato al suo tempo, sia pure attraverso la genialità delle nuove formule. La reazione sull’East Coast, l'hard bop, lo fu a sua volta, ma conteneva il presupposto di un ritorno a Parker e pertanto, ciò che e-merge facilmente dal semplice confronto, risultava assai più moderno della produzione della costa occidentale. In arte, come nella vita, voler andare avanti volgendosi all’indietro, contiene sempre un equivoco di fondo che non può non risultare. Oggi, è vero, abbiamo diverse espressioni di jazz vigoroso, sanguigno e pulsante, ma si collocano pur sempre in un contesto classico e non d’avanguardia. Le quali, siano esse il soul jazz o qualsiasi altra cosa, come gli esperimenti tentati anche in Italia per una « via italiana del jazz », sono nel primo caso palesi espressioni di astrattismo e quindi di crisi, dall’altro una ambigua quand'anche incoraggiabile posizione che può portare allo sterilismo di risultati autarchici che con il jazz, arte moderna e ubiqua, non si conciliano. Oggi la reazione della critica e del pubblico nei confronti, poniamo, di un Ornette Co-leman o di un Coltrane, sono esattamente le stesse che si verificano di fronte al quadro composto di macchie, « gestato » anziché dipinto, incomprensibile e sfuggente come dev’essere necessariamente u-na tela astratta. E con questo ci pare di aver detto qualcosa di sufficientemente indicativo. E a questo punto, per cercare di scoprire, sia pure grosso modo, i dettagli della crisi, conviene tornare a Charlie Parker. Ciò che stupisce, sbalordisce addirittura, è che Charlie Parker sia stato considerato in un contesto esclusivamente, limitatamente musicale, anzi, strumentale. Che, insomma, noi di Parker abbiamo bellamente ignorato tutto il resto: l’ambiente sociale in cui si sviluppò, le componenti problematiche che dettarono le sue più importanti esecuzioni, i fenomeni di carattere letterario e intellettuale che scorsero paralleli, se non convergenti, alla sua opera. Quanti sono, ad e-sempio, che hanno considerato a suo tempo Lover man come qualcosa di più di 106