un geniale prodotto della droga e della conseguente pazzia ? Il fatto è che noi ignoravamo che la droga è stata ed è dal dopoguerra in poi un elemento molto importante per quanto repugnante delle correnti artistiche e di pensiero americane d’avanguardia. E siamo così al nocciolo della questione: i beat-niks, la generazione alienata, i ribelli senza ideale, gli idealisti del disimpegno, la generazione che è corsa volontariamente ed entusiasticamente incontro alla propria rovina: la beat generation, di cui Charlie Parker fu il più autorevole portavoce, il disperato cantore, attraverso un jazz che egli rivelò come il geniale equivalente di una posizione umana che tanto peso ha avuto e probabilmente ne avra molto in futuro, visto che gli uomini, come si suol dire, sono sempre in notevole ritardo rispetto all’artista. Nel tempo del bop, e in particolar modo nel periodo successivo, si diffuse la tendenza a considerare il jazz soltanto in termini di suoni e il vizio sconfinò fino a dilagare in una sorta di compiaciuto artigianato che se poteva essere benefico ai fini tecnici dell’arte, non poteva che avere influssi negativi per quella che doveva essere la definitiva, globale comprensione del jazz. E questa specie di cieco e narcisistico torpore si rivelò fatale. Si cominciò a parlare molto di Bach e di Mozart, di fuga e contrappunto, ciò che è ben vero indubbiamente, ma si dimenticò, al contrario di quanto accadde nell’età romantica, che il jazz, come tutta l'arte, è soprattutto un prodotto umano e come tale deve esprimersi, ancorché attraverso la più alta perfezione formale. Del resto non bisogna dimenticare che lo stesso problema negro, che ha pure ovviamente la sua importanza nel jazz (anche se la componente razziale venne trascesa fin dai tempi di New Orleans), è stato per molto tempo visto da molti in termini che poco si differenziavano da quelli che dimensionano una retorica tipo capanna dello zio Tom, tanto per intenderci, anziché nei suoi aspetti più moderni e autentici. Il coot jazz, si è detto, rappresentò senza dubbio un'involuzione rispetto al bop di Parker: 1) perchè proteso verso un’introversione di carattere intimistico che rappresentò esattamente l’opposto della violenta ricerca « animistica » dell’arte di Bird; 2) perchè al culmine della sua arte e della sua folle disgregazione (che ebbe un valore trascendentalmente simbolico per la sua generazione), Parker operò una sorta di frattura con se stesso senza tuttavia riuscire a indicare qualsiasi alternativa. E’ forse possibile affermare perciò che il cool sorse come una ripresa da quella violenta deflagraziane di disperata pazzia, con una specie di contenuto e probabilmente doloroso riserbo, raccogliendo i cocci dell’esplosione parkeriana e cercando di dare ad essi, nello spirito che si è detto, una forma autonoma e nuova. Nè si può dire che non vi sia del tutto riuscito. Il cool rappresenta un riferimento ben preciso nella storia del jazz. Ma non sempre e non necessariamente un’arte riuscita sul piano della forma e dei presupposti tematici che la ispira ha, per così dire, « valore storico ». Talché a questo punto potremmo forse sostenere che l’astrattismo dei Coleman e dei Coltrane è più conseguente a Parker che non Miles Davis e i californiani, ed è quindi più « nella storia », per usare una espressione corrente. Che poi a questo punto si possa fare il discorso sull’astrattismo, così come ad esempio si potrebbe svolgere in sede figurativa, a noi non importa. Ciò che si era spezzato in Parker (nè vale tener conto di altri possibili risultati perchè anche in arte come in storia i « se » non contano), era decisamente irrecuperabile; in subordine, un’esperienza artistica lo dev’essere anche al punto di bruciare se stessa: ma se, poniamo, l'artista cerca di premunirsi dal disastro, l’autenticità dell’esperienza verrà meno e risulterà irrimediabilmente viziata. L’artista, è l’aspetto fondamentale della sua condizione, deve essere sempre disposto a pagare di persona: e il prezzo sarà sempre il più alto possibile, questo è certo. E, anzi, l'artista vero il problema non se lo pone nemmeno o comunque arriva a superarlo nonostante le iniziali comprensibili apprensioni, poiché contro ogni razionalismo v’è in lui l’esigenza assoluta di creare. Pertanto, se la rottura di Parker ha dato luogo all’angoscia astrattista, poco male, ovvero tutto in regola. Ogni ritorno a un ordine passato, si è detto, contiene un equivoco, ogni tentativo in direzione che si vuole 107