costruttiva solo perchè l’indirizzo naturale è al contrario disintegratore, contiene un fine aprioristicamente moralistico per non risultare, alla resa dei conti, corrotto. (Mette conto di ricordare che ogni qualvolta la società si è scagliata sugli artisti cosiddetti « maledetti » o « neri », l'umanità è stata successivamente colpita da apocalittici flagelli quali guerre mondiali, sterminio in massa, ecc.). Il jazz dà quello che può: ciò che conta è che il rapporto tra arte e vita sia il più lucido e aderente possibile. Se spostiamo il discorso dal cool-jazz alla scuola californiana, la nostra argomentazione risulterà ancor più dimostrativa. Mulligan, tanto per intenderci, ha rappresentato l’esaltante serrate finale della crisi e dopo l’orgia dei suoi preziosi e indimenticabili suoni, placatasi l’elettrizzante sensualità, ma anche inariditesi quelle che alla fine risultarono soltanto formule, neH’improvviso silenzio subentrato, abbiamo ritrovato l’allucinante parola di Parker esattamente là dove l’avevamo lasciata. Ovvero, abbiamo ritrovato i Coleman e i Coltrane (e gli altri venuti dopo di loro), che è poi la stessa cosa. E’ stato forse un tentativo di tornare alla vita quello avvenuto sulla costa occidentale del continente? Può darsi. Ma è stata anche una reazione all’anemia del cool-jazz, il quale fu reazionario a sua volta nei confronti dell’abbondante massa di globuli rossi (e di tossine stupefacenti) del bop. A questo punto ci pare di aver involontariamente socchiusa la porta a quella che è solo un’apparente contraddizione. E cioè, se oggi si dice che il jazz è in crisi, coinvolto nella crisi che globalmente investe tutta l'arte contemporanea, dal romanzo alla pittura, alla musica sinfonica, e stabilito che il cool e la scuola californiana rappresentarono a loro volta una crisi rispetto alle precedenti espressioni, come si può affermare che l’infor-malismo attuale sia su una strada evolutiva e, al tempo stesso, di crisi? Più semplicemente: su quale base si sostiene che il jazz è uscito da una crisi, se è oggi in crisi? Il paradosso, abbiam detto, è soltanto apparente. C’è crisi e crisi, ecco tutto. Questa è una crisi che guarda in avanti, tesa nella ricerca per il domani anziché nel recupero del passato. E’ una crisi « progressista » anziché « reaziona- ria ». La cosa dunque si spiega fin troppo facilmente. Oltretutto perdersi oltre il necessario neU'esaminare il passato rischia di diventare dispersivo, cosi come può esserlo allorché si continua a discutere di un fenomeno storico anche dopo che esso è stato definitivamente interpretato. A un certo punto l'indagine può diventare inutilmente cavillosa e alla fine si perdono di vista le cose essenziali, quale, per e-sempio, dove va il jazz. Chi può dirlo. Sarebbe come rispondere alle domande sulla crisi del romanzo o del figurativo: siamo nel campo delle illazioni. Per il momento accontentiamoci di alcune considerazioni di ordine generale. Diciamo allora che il jazz pare aver esaurito oggi la sua carica rivoluzionaria, imponendosi, è vero, come la più tipica espressione musicale del nostro tempo (molto più dei fanta-scientismi dei musicisti « dotti », spesso accademici nonostante il loro « avvenirismo » pentagrammatico), con tutti i caratteri di universalità connessi, ma al tempo stesso consumando la sua forza « deterrente » fino a farsi assorbire dall’industria, che con la massima disinvoltura ne fa oggi uso a scopi pubblicitari, cinematografici e in ogni occasione. Ma forse questo discorso vale solo per certo jazz, perchè è un fatto che Parker non è mai stato preso in considerazione per un carosello televisivo, cosi come per un filmetto della serie cosiddetta comico-licen-ziosa (nemmeno di Hot-Five e Seven, a dire il vero). Il background « Bird » l’ha fornito solo e per l'ultima volta ai memorabili readings poetici organizzati da Alien Gingsberg sulle colline di Frisco, accompagnandosi così a un movimento artistico e culturale che conferma l’attualità della sua arte rispetto ai suoi immediati successori, così come la memorabile stagione letteraria dei beat-niks resta ancora la più importante manifestazione poetica e intellettuale verificatasi oltreoceano da vent’anni a questa parte. Ora che appare stabilito che il jazz è tornato a Parker e che in un certo senso si era fermato a Parker e che dallo stesso « Byrd » provengono le « new directions » attuali, è possibile lasciarsi andare a certe considerazioni con maggior serenità e con minor timore. Per esempio, si dice tout-court che il jazz sia arte moderna, e lo è. Ma è anche vero che un discorso 108