Il realismo primitivo di Antonio Ligabue nota di Umberto Bonafini Al momento di andare in macchina apprendiamo la morte del pittore guastallese. - Questa nota, pertanto, assume valore di omaggio della Rivista all’opera dell’artista. In questi giorni è uscita, edita dalla « Barcaccia » di Reggio Emilia, una interessante monografia sul pittore Antonio Ligabue. Il pregevole studio, che si avvale della presentazione del noto critico e gallerista francese Anatole Jakov-sky, è opera di Ugo Sassi, un intellettuale guastallese che, da qualche tempo, sta dedicando tutto se stesso alla piena valorizzazione del pittore gualtierese. La uscita di questa monografia ha rinnovato attorno al nome di Antonio Ligabue lo stesso grande interesse che già si era verificato in occasione della mostra alla « Barcaccia » di Roma nel 1961 e, ancor più recentemente, alla mostra internazionale della pittura primitiva tenutasi nei saloni di Palazzo Barberini a Roma nel giugno dello scorso anno. Attorno alla figura di Antonio ligabue hanno scritto decine e decine di critici e saggisti, e tutta questa letteratura è stata dominata, più che dalla necessità di dare una definizione al contenuto artistico dell’ opera del gualtierese, dalla componente strana della sua vita disgraziata. Ligabue è stato per anni un fenomeno, non tanto perchè i suoi quadri richiamassero tale definizione, quanto perchè è da tutti considerato « un pazzo ». Antonio Ligabue è nato sessantacinque anni fa a Zurigo da una povera emigrata italiana di origine bellunese di nome Maria Elisabetta Costa. Avuto il figlio, la poveretta si sposò con certo Lacca-bue, un emigrato di Gualtieri, al quale impose come condizione per il matrimonio, di riconoscere il bambino. Le condizioni della famiglia Laccabue erano molto misere per cui, quando il bambino ebbe nove mesi, venne affidato dalla madre alle cure di una famiglia svizzera: certi Goebbels, che lo allevarono come un figlio. Laccabue mantenne sempre costanti rapporti con sua madre che egli sapeva continuamente maltrattata dal marito, sino alla sua morte. La morte della madre fa scaturire un odio feroce per il patrigno, da lui ritenuto causa del fatto, e questo odio si alimenterà sempre più sino a quando, già adulto e giunto a Gualtieri, deciderà di cambiare il proprio cognome da Laccabue in Ligabue. Ma torniamo al soggiorno svizzero, l’unico periodo veramente sereno e felice di Antonio Ligabue. E’ presso la famiglia Goebbels che Ligabue rivela la sua irrefrenabile passione per gli animali. E’ lui stesso che lo dice: « Ancora bambino mi divertivo, servendo-bi di giornali vecchi a fare animali. Io ho amato sempre gli animali, specie i cani, e quelli da cortile. A dieci anni, il mio patrigno mi portò a visitare lo Zoo di San Gallo dove sono rimasto molto impressionato da tutti quegli animali impagliati e anche dai cadaveri imbalsamati di alcuni uomini e donne, racchiusi in casse di vetro con sopra un cartello ». Questa mia citazione ricostruisce un pensiero che Ligabue esprime in una intervista, la cui registrazione esiste tuttora ed è di proprietà di Ugo Sassi. E’ un elemento assai importante per capire la natura psicologica del pittore, da tutti ritenuto un pazzo privo di uno suo pensiero, mentre la verità è alquanto diversa. Ligabue si esprime in un linguaggio misto di cattivo italiano, cattivo tedesco e dialetto gualtierese e quando parla di « Zoo » è evidente che si riferisce al Museo Etnografico di S. Gallo ove sicuramente sono conservati, oltre a numerosi animali imbalsamati, anche alcuni cadaveri di uomini e donne morti di lue ed anch’essi imbalsamati. E’ chiaro che il ricordo di quanto ebbe a vedere Ligabue rimase sempre vivo, se è vero che era 111