solito dire: « Devo stare lontano dalle donne: potrei ammalarmi ». A diciannove anni è costretto a lasciare la Svizzera e venire in Italia, a Gualtieri, per adempiere agli obblighi di leva. Viene scartato e, da quel momento, ha inizio la sua odissea. Non conosce la lingua, è già di per sè un individuo strano, non riesce ad inserirsi nella vita del paese anche a causa del marasma imperante in quel periodo (siamo nel 1919) nella zona. Vagabonda da un fienile all’altro, da un casolare all’altro. Per mangiare è costretto a fare il bracciante; la gente lo scaccia continuamente costringendolo a vivere nei boschi del Po in compagnia di animali in una sgangherata baracca di pescatori. Ed è in questi anni, quando la vita di Antonio Ligabue si confonde con quella dei gatti selvatici, dei cani randagi, che si compie il suo destino di artista. Giunge a Gualtieri da Bologna Marino Mazzacurati. A lui qualcuno racconta che in casolari sperduti nei boschi della « golena », in capanni abbandonati da cacciatori e pescatori, vi è un uomo che modella la creta. Quest’uomo è Antonio Ligabue. Mazzacurati lo individua, fa la sua conoscenza, ne diventa amico, lo convince a venire nel suo studio. Dinanzi ad un quadro Ligabue afferma di essere pure pittore. Incuriosito, Mazzacurati gli fornisce un cavalletto, pennello e colori, e, in meno di due ore, Ligabue fa un quadro apprezzabile. Da quel momento ha inizio la sua vita pittorica. Rimarrà ospite di Mazzacurati per parecchio tempo, sino a che lo scultore si trasferirà a Roma. E’ molto importante, sotto il profilo della maturazione artistica, il periodo trascorso da Ligabue nello studio di Marino Mazzacurati. Qui, sotto gli insegnamenti dello scultore, affina le sue qualità pittoriche scoprendo l'uso del colore. Egli dipinge con un ritmo esasperante in diretta progressione con la sua crescente miseria. A poco a poco tutti hanno un quadro di Ligabue, e si tratta di persone dalla più disparata estrazione sociale: operai, contadini, commercianti, professionisti. Acquistano i quadri per compassione; « tanto per fare un’elemosina » — « tanto per dargli un pezzo di pane ». E così i suoi animali spaventosi, i suoi fiabeschi castelli, i suoi leggendari postiglioni finiscono, il più delle volte, ad ammuffire nei solai o nelle umide cantine. A Ligabue questo non importa: la sua vita non migliora, anzi: più s’abbassa nel suo abbruttimento, più si manifesta la sua « ansia psicologica ». La gente la chiama pazzia. E’ certo però che si tratta di una pazzia singolare: essa si esprime attraverso l'arte. Ligabue potrà essere un pazzo, un primitivo, un barbaro; ma non per questo lo si potrà accusare di non aver avuto un suo pensiero. I suoi quadri, specialmente quelli raffiguranti animali, hanno sempre un significato. Quelle sue lotte cruente, nelle quali l'animale « più onesto » quasi sempre soccombe al più « orribile », esprimono ciò che Ligabue sente, prova in ordine a quel sentimento di giustizia che contraddistingue una società quale è quella che lo ha continuamente respinto. Per Ligabue non esiste giustizia, esiste solo disonestà, furberia, vigliaccheria e l’onestà e la bontà restano sempre allo stato di desiderio. Nei pochi momenti di tranquillità, che col tempo si fanno sempre più rari, la tensione di Ligabue si allenta sino a concepire visioni idilliache. Ed ecco che « il pazzo » esalta con toni vangoghiani, il mondo del lavoro e della natura. Ma queste visioni si fanno poi sempre più rare, in lui predomina un senso di abbattimento psicologico nel quale non è estranea la sensazione di non vedere riconosciuta la sua perizia di artista. Ligabue ha sempre creduto nella propria sensibilità di artista. Una volta fu visto dietro il cimitero di Gualtieri rompersi il naso con una sasso acuminato. A chi gli chiese il perchè di un simile supplizio, Ligabue rispose che « voleva farsi venire il naso a becco d’aquila perchè tutti i geni avevano un naso così ». Oltre che credere nella propria natura artistica, Ligabue ha sempre amato le cose belle. Era capace di stare per delle ore intere, muto, ad ascoltare il Concerto per violino e orchestra di Beethowen; a-mava a dismisura Wagner, e voleva che qualcuno, ogni tanto, gli leggesse un passo di Dante. « Quello sì che aveva il naso a becco d’aquila » diceva Ligabue guardando la riproduzione del profilo del poeta fiorentino. A poco a poco, in virtù della leggenda che si è creata attorno alla sua figura, la fama di Ligabue varca i confini di Gual- 112