tieri. I suoi quadri raggiungono: Gua- stalla, Luzzara, Reggiolo, Boretto, Gonzaga (dove Ligabue si fermerà qualche tempo ospite di certo Bringhenti), per arrivare sino alla città: Reggio Emilia. Non figurano ancora nei salotti, ma questa espansione è il primo segno della validità artistica dell’opera di Ligabue. Antonio Ligabue rion ha mai avuto uno « studio » vero e proprio, egli ha sempre dipinto in condizioni occasionali, o meglio « dove aveva fame ». Quando ci si comincia ad accorgere delle sue qualità artistiche, sono in molti che lo ospitano nei loro studi, ma egli si ferma solo presso Andrea Mozzali e Arnaldo Bartoli a Guastalla. Solo per breve tempo però, poiché ad Antonio Ligabue ha sempre garbato poco questa specie di dorata prigione La vera consacrazione artistica di Liga-bue arriva dopo la fine della seconda guerra mondiale, o meglio: all’inizio degli anni cinquanta, quelli del cosiddetto « miracolo ». Non a torto Fabrizio Dentice, nel suo libro « Danaro al muro » cita Antonio Ligabue come uno dei principali protagonisti del « boom » dell’arte. Il primo riconoscimento critico di una certa importanza per l'attività artistica di Antonio Ligabue viene nel 1952 quando Luigi Bartolini, sul numero 8 della rivista La Biennale di Venezia, pubblica un articolo dal titolo: « Vita fantastica di Ligabue pittore pazzo ». Ha inizio la serie de; servizi giornalistici, televisivi e cinematografici, alla scoperta del « fenomeno » Ligabue. Siamo però ancora allo stadio della scoperta del « fenomeno », più che dell’artista. Ciò che interessa è l’aspetto animalesco dell’uomo « che dipinge ». La televisione italiana, ancora in fase sperimentale, usa Ligabue come « cavia » per i suoi primi esperimenti di rubriche d’arte; documentaristi cinematografici, in cerca di facili soggetti con cui lucrare il contributo governativo, si interessano a J.i-gabue e girano documentari su documentari. Comunque, anche se non si è aperto un discorso artistico vero e proprio attorno all’opera di Antonio Ligabue, il fatto positivo è che inizia un piccolo commercio delle sue opere, ed anche i primi estimatori cominciano a farsi avanti. Bisogna attendere sino al 1961 per ve- dere Ligabue consacrato artista e questo avviene in occasione della mostra che il regista Raffaele Andreassi, con la collabo-razione di Marino Mazzacurati e Giancarlo Vigorelli, organizza alla galleria « La Barcaccia » di Roma. Per quindici giorni i quadri di Ligabue polarizzano l’interesse del mondo artistico, letterario e giornali stico della Capitale. Indro Montanelli scrive sul Corriere della Sera: « Io stesso, nella mia ignoranza, sono rimasto colpito dalla nettezza dei colori e dallo straordinario potere di suggestione che sprigiona da certe sue figure di leoni e di gorilla e da certe macabre sequenze di scarafaggi all’assalto di cadaveri. Ligabue non sarebbe il primo pittore in cui il confine fra genio e follia si mostra piuttosto labile ». Francesco Carnelutti, l’illustre giurista da poco scomparso, scrive: « Taluno può credersi un artista mentre non è, spesso, neanche un artigiano; e può darsi che taluno faccia dell’arte senza saperlo: tipo, per fare un esempio, Ligabue ». E Giancarlo Vigorelli così conclude un suo scritto: « Ligabue non può non sorprendere, non sgomentare e non convincere, con lo spettacolo sbalorditivo di questa sua tenebrosa violenza e magica perizia di pittore, che sa darci un unico impasto (umano, sub -umano o ultra - umano?) l’ordine e il disordine dell'uomo c del creato ». Attorno a Ligabue si apre quindi una polemica artistica, anche se si esita ancora a riconoscere, al di là dell’affermazione unanime circa l’esistenza di una mente sconvolta, il reale valore della sua opera. E' importante però che si inizii una discussione. Ligabue non è solo un pittore; la pittura rappresenta una parte della sua attività artistica. Egli è anche scultore ed incisore. Sorge quindi una prima domanda: ci troviamo dinanzi ad un pittore o a un pazzo che dipinge? Oppure: è un naif oppure no? E ancora: come può un pazzo, un uomo privo di razionalità di concetti, esprimersi nella cosa che meglio gli riesce naturale con tutti i mezzi e le forme consentite dall'umana esperienza, se non è in possesso non solo di istinto ma anche di una viva sensi- J13