bilità che gli permetta di assimilare tutto ciò a discapito di una innegabile ignoranza culturale? E’ difficile rispondere a questa serie di domande che è giusto vengano poste dal critico. Resta fermo però che non è solo l’istinto a guidare la mano dell’uomo nelle azioni che quotidianamente svolge, ma anche e soprattutto l’intima consapevolezza di ciò che si vuole e-sprimere con la proprio azione. In Liga-bue vi è, oltre ogni mera considerazione su! suo stato psichico, la perfetta cognizione dell'opera compiuta, fratto di un pensiero che si esprime con una idealizzazione della realtà. Ed è per questo che non esito a definire Ligabue: un pittore .« realista primitivo », dove l’attributo « primitivo » va riferito esclusivamente al suo modo di intendere i rapporti sociali. Mario De Micheli ha scritto recentemente: « Ligabue è un visionario e tutto ciò che è in lui —nostalgia e dolore, inquie tudine e furore — diventa visione ». Ma la visione di Ligabue non si ferma ad una semplice rappresentazione di immagini irreali, percepite attraverso le nebbie di un sogno, in stato di paralisi psichica. La visione di Ligabue è lucidamente definita, possiede una estrema chiarezza, ponendo in evidenza la natura simbo-logica delle sue immagini. Il suo linguaggio è immediato, realista; la percezione del suo tormento balza evidente al primo contatto con la sua arte. Ligabue si lega alla natura come simbolo, senza mai cadere nelle spire di un vuoto naturalismo, anzi lo supera, per arrivare, per sintesi, al realismo oggettivo. Ligabue attua la completa fusione dell’elemento naturale con la realtà, e mi conforta come Mario De Micheli abbia sostenuto questa tesi quando afferma: « Ecco perchè io ritengo che Ligabue si distacchi dagli altri pittori primitivi. I suoi paradisi e le sue dannazioni terrestri, pur nella loro eccentricità, appartengono alla umana esperienza, ne sono una espressione efficace talvolta sino allo spasimo. In Ligabue c’è qualcosa di quella innocente chiaroveggenza che è l’anima di alcuni indimenticabili personaggi dostoiewskiani ». E’ stabilito quindi che Antonio Ligabue non può essere considerato un pittore naif, cioè non vi è nulla che leghi, anche tecnicamente, la sua arte a quella dei Russeau, dei Rovesti, dei Mozzali, dei Ceccarelli, della Elena Lissia e della Carmelina da Capri. Ogni suo piccolo, desiderio è stato sempre interpretato come una « mania », oggi la sua pittura ci dimostra come anche ad Antonio Ligabue fosse concesso esprimere ambizioni normali, e che solo una prc-scrizione conformistica ha trasformato in disperati desideri. Oggi, anche per merito di alcuni amici che si sono votati alla valorizzazione dell’arte di quest’uomo disperato e, tra i quali vale la pena di ripetere il nome di Ugo Sassi, Antonio, Ligabue conosce le gioie del successo. Ma tutto questo non può cambiare il tragico corso della sua esistenza, dico anzi che l’interesse suscitato attorno a lui, aggrava ancor di più il suo già grave stato di disagio. Da tre anni oramai giace, semiparalizzato, in una stanza dell’ospizio di mendicità di Gualtieri, affidato alle cure della pubblica assistenza. La morte, quella fisica s’intende, tarda ad accogliere tra le sue braccia quelle che oggi sono le spoglie dell’artista. Quando la coscienza lo sostiene e lampi di lucidità squarciano la sua mente, volge lo sguardo fuori della finestra della sua camera e guarda, per ore ed ore, quella piazza, quelle strade, quei boschi, quella gente che, sino a pochi anni addietro, erano il suo mondo. Ai pochi e rari amici che ancora lo vanno a trovare, Antonio Ligabue parla della libertà con la stessa disperata speranza del perseguitato, dell'oppresso. Con il braccio sinistro, quello ancora immune della paralisi, cerca di tracciare qualche segno. Nella sua mente si agitano ancora le immagini di tigri che balzano dal verde della giungla, di ignominiose bestie striscianti sul ventre della terra, di cavalli e buoi che mestamente pascolano tra i campi, di vette alpine dove il bianco della neve spicca, tra l’azzurro terso del cielo, visto da fanciullo; di immagini di se stesso, sereno, in una vecchiaia oramai al sicuro dai paterni della miseria, del disprezzo, della solitudine. Quando Ligabue si accorge di non poter più dar corpo ai suoi pensieri, ritira il braccio e cade in un pianto disperato. 114