scala, brandelli dì carta da parati, siano parti de « Le fucilazioni del 3 maggio » di Goya. Canonico raccoglie queste realtà su neri vellutati e profondi e li collega con un sottile segno bianco a guisa di immagine mentale, di schema ipotetico. Il suo raffinato linguaggio che già conoscevamo, quello per intederci della « pittura Braille », dei pallidi ectoplasmi gementi, come fantasmi di altri mondi, dalle cornici strappate, raggiunge qui alti livelli di e-spressione avvalendosi anche di alcune recenti esperienze neofìgurative da lui applicate con gusto e significato particolari. * * * Invertendo l’ordine cronologico, parliamo ora della mostra immediatamente precedente, quella dedicata a dieci anni di pittura di Gianni Bertini, nell’arco che va dal 1954 al 1964 (22 febbraio). Francamente, nostro malgrado, dobbiamo dire che siamo rimasti alquanto delusi. Di Bertini, che avevamo incontrato per la prima volta nel 1957, conoscevamo le pitture al silicone, quelle grandi tele sulle quali esplodevano e si intrecciavano le mitologie dell’artista, la sua poetica evocante sogni infantili e brani di ovattati mortali duelli di antichissimi personaggi, di remotissime leggende. Ora, nelle opere più recenti, ritroviamo quel suo linguaggio, ma contaminato da deteriori influenze « pop ». Un conto è la « pop » come tesi, valida soprattutto perchè inserita come fatto critico nella civiltà d’oltre oceano, un altro conto è l’attingervi indiscriminatamente per seguire una moda, per essere sempre e comunque « à la page ». # =H * VISM ARA Una simpatica augurale presentazione di Mario Soldati inserita in un elegante pieghevolino che fungeva da invito. Con questo annuncio e con la personale di Franco Meneguzzo ha aperto i battenti, il % 6 aprile, la nuova galleria « Vismara » in via Brera, proprio accanto al famoso bar « Giamaica ». La scelta di Meneguzzo per l’inaugurazione ci sembra piuttosto felice poiché questo giovane pittore emerge di prepotenza dal grigiore delle immense schiere di giovani che ci blaterano d’intorno. Os- sessionato dalle classificazioni per paura di essere frainteso, egli ci induce a meditare sul tragico destino dell'uomo moderno solo contro le città inumane, le paure, i mali della nostra epoca. I suoi personaggi sono fibrosi gangli forse vegetali, talora fatiscenti, in varie fasi di schiudi-mento, nel fine — mai raggiunto — di mostrare il proprio intimo. L’iterazione, la scissiparità di queste forme — di colore verde su fondo nero — suscitano intense tensioni psicologiche alle quali è arduo sottrarsi. Temi quanto mai attuali, dunque, ma c’è di più: il suo linguaggio, divenuto ancora più preciso, si avvale di un segno e di un colore di una raffinatezza quasi esasperata talché, anche a prescindere dal contenuto, questi quadri sono estremamente belli. * * * SALONE ANNUNCIATA Passando per via Manzoni non si può fare a meno di entrare al « Salone Annunciata », la galleria che gode fama di aiutare — beninteso se lo meritano — i giovani artisti a divenire famosi. Ai primi di marzo ecco infatti una collettiva di otto giovani pittori (alcuni ci erano già noti) che citeremo anche nella speranza che ciò possa costituire per loro un piccolo ulteriore scalino verso la notorietà. Tutti otto infatti, seppure in diversa misura, ci sembrano degni di menzione anche se l’esiguo numero delle opere rende problematica una precisa valutazione. Cominciamo con Dangelo che espone alcuni « collages » condotti con tecnica raffinata, indubbiamente piacevoli, anche se — a nostro avviso — un po’ troppo compiaciuti nel segno, nella sottigliezza grafica; Marzot con opere differentissime tra loro per tecnica e stile: un disegno volutamente scolastico di bicchieri e alcune vivide composizioni geometriche che ricordano un poco Soldati; Cordioli che ci ha colpito per alcune composizioni dalle gustose sonorità cromatiche; Aricò assai o-rientato verso la grafia ma dotato di un ricuro senso del volume e della composizione, dote questa oggigiorno assai più rara di quanto possa sembrare; Adami che dopo una prima negativa impressione di fumetto rivela invece una sottile vena ironica inserita in uno stile vagamente surrealistico; infine Vago che ricordiamo per 118