le torride campiture, Olivieri per alcune « figure » di buona fattura e Bellandi che ci ha convinto un po’ meno degli altri per la tecnica e il senso del colore che ci appaiono non troppo sicuri. Ancora all'Annunciata, ai primi di aprile, una mostra che costituisce l’occasione assolutamente unica di poter ammirare, senza imbarcarsi per l’America, i quattro grandi pannelli che la società armatrice della turbonave « Michelangelo » ha commissionato a Franco Rognoni. Il tema è mitologico: quattro brani dell'epos omerico in cui Ulisse ci appare finalmente spogliato di quelle sovrastrutture retoriche che le varie interpretazioni ci avevano, alla fine, reso alquanto estraneo. Assai precisa e centrata quindi la conclusione di Giuseppe Trevisani che nella presentazione scrive: « ...questo di Ro- gnoni ha l'aria di un Ulisse a misura u-mana, di un Ulisse visto con occhi giovani e puliti, lasciando da parte tutto il di più: Dublino compresa ». Noi assentiamo in pieno, ma vorremmo anche rilevare come queste quattro opere, che ancora una volta porteranno un messaggio d’arte italiana attraverso gli oceani, costituiscano un ulteriore conferma della maturità espressiva raggiunta da Franco Rognoni. * * * NAVIGLIO Proprio di fronte, dall'altra parte di via Manzoni, la galleria « Naviglio ». Il 17 marzo personale di Antonio Sanfilippo, il siciliano che fu uno dei fondatori del gruppo romano « Forma ». La sua pittura, giustamente definita « geometria irrazionale », si avvale della ripetizione all’infini-to di un segno, di una grafia, che sovrapponendosi e intrecciandosi crea le basi per un discorso fantastico in un tessuto denso che pare, talora, risplendere di luce propria. L’occhio, che si perde negli intrecci, è libero e felice di seguire i chimerici, fantasmagorici suggerimenti. * * * Sempre al Naviglio, l’8 aprile, si è inaugurata la personale di Yoschishige Saito, il pittore nipponico di cui da tempo si sente parlare. Saìto, a giudicare dalie opere esposte, non potrebbe non essere giapponese poiché solo un giapponese, uno cioè che ha dietro le spalle quel po’ po’ di civiltà orientale, può avere una tale esasperata sensibilità, una siffatta squisita raffinatezza per la materia. I tagli, gli intagli, i graffi, i buchi sulle sue superfìci sono così sapidi da costringerci — dopo una timida occhiata in giro — a gustarli anche in senso tattile. Yoshishige Saìto espone una ventina di quadri molto belli, ottenuti con forme tagliate nel compensato, sovrapposte, inquadrate e successivamente lavorate e colorate. L'uso di colori particolarmente sonori e la « tendenza verso la costruzione di spazi asimmetrici », come giustamente scrive Gillo Dorfles nella presentazione, ne fanno delle opere solide, precise, convincenti. Al « Naviglio 2 », cioè nelle sale interne della omonima galleria, il 12 aprile si è tenuta la personale del pittore-scultore Zoltan Kemeny, avvenimento che ci limitiamo a segnalare, senza di’ungarci in analisi critiche, esistendo già un’abbondante letteratura su questo importante artista. Kemeny vinse l’anno scorso il Gran Premio Internazionale per la scultura alla Biennale veneziana e, pare, fu al centro di una certa polemichetta volta a stabilire se egli fosse da considerare pittore o scultore. Per il momento in attesa di ulteriori sviluppi ci allineiamo con la critica ufficiale e lo classifichiamo scultore, tenuto conto del carattere tridimensionale delle sue opere. Quelle esposte al « Naviglio 2 » sono dei plastici metallici, volta a volta ferro, bronzo o rame, in cui egli utilizza piccoli oggetti e minuterie di comune uso meccanico che applicati con diverse tecniche su superfìci variamente conformate suscitano, per effetto dell’iterazione che ne segue, una intensa tensione emotiva in chi guarda. E’ assai facile, in questi casi, lasciarsi prendere la mano dalle apparenze e trovare in queste figurazioni riferimenti alla realtà ma noi, oltre a non accettare alcuno dei giudizi che pretendono di porre dei limiti decorativi, reputiamo le opere di Kemeny sommamente rappresentative come simboli della civiltà del nostro tempo. 119