Norman Mailer 'negli ultimi tempi è un tantino ingrassato'. Saltando poi a Lois Sorrels, evitando i baffi 'neri e vistosi' di Joel Oppenheimer, potremo apprendere che 'sogna di avere degli amici’, che Lewis Welch 'è un ottimo giocatore di bridge’ per concludere con le tempeste che si celano sotto le acque tranquille di quel lago che è John Wieners. Si diceva dunque della disposizione critica della Pivano e mi pare che basti, credo infatti che sia difficile trovare altrove una più lunga elencazione di luoghi comuni se non vogliamo invece scoprirvi più sotto proprio quella pelosa comprensione che gli scrittori in carta ’patinata’ hanno per i beatniks, se non addirittura l’alibi dei benpensanti nei confronti di questi ragazzi (qualcuno però ha passato i quarant’anni) che non sono cattivi ma hanno solo scelto male i loro amici. Non parliamo poi del titolo così vagamente apocalittico, di questi ’ultimi' americani costretti a trascinare all’impazzata, sulle vaste strade d’America, in automobili sgangherate, la loro utopistica fraternità, le loro frustrazioni al desiderio di vivere. Il quadro è completo, con tutto il suo senso appiccicoso di caramella e di cosmetico alla Elena Rubinstain. Questo dunque è il ’fondo tinta’. Ci pare chiaro, a questo punto, tuttavia che non ci saremmo dilungati tanto se il problema dei beatniks non ci toccasse in maniera meno epidermica di quanto non tocchi la Pivano. Questi poeti, dicevamo, danno in qualche modo il polso dell’aria che in qualche parte d’America si comincia a respirare la misura delle contraddizioni che la società del benessere porta con sè. Abbiamo già parlato di una data storica a proposito dei beatniks, quella del famoso reading di S. Francisco nel quale confluirono, in un sodalizio destinato a durare, poeti ’arrabbiati’ e musica jazz, in successive e frequenti jam session ovvero improvvisazioni. Si legga a questo proposito nel volume il 241° Chorus di Keruac: « E come è dolce una storia / quando sentite Charley Parker / raccontarla, / nei dischi o nelle jam session, / ». Dal jazz i beat mutuarono una serie nutrita di parole, la più famosa forse e per un certo verso chiave del sistema, è hip-ster. Negli anni intorno al ’55 hipster sta- va a significare il ’patito’ di bop, di jazz freddo, poi il termine si dilatò e giunse a significare « una persona che si è allontanata dalla realtà commerciale, materiale, politica, fisica e intellettuale, credendo intensamente e proteggendo soltanto la sua individualità autentica, non emotiva, asociale e amorale. Un puro hipster come questo non ha contatti formali e continuati con altri esseri umani, e mantiene relazioni spontanee con coloro con i quali sente di essere in rapporto. Ci sono pochi puri hipster, cosicché un hipster può essere semplicemente un individuo e-stremamente cinico ed amorale, cui dispiacciano i rapporti col prossimo, ossessionato dalla futilità e dalla insincerità della vita moderna, e che ha una forte inclinazione psicologica verso la morte, oppure un individuo estremamente controllato e brillante. Sociologicamente un hipster tipico ha una formazione del genere di questa: è nato durante o dopo la depressione del trenta ed ha trascorso i suoi primi anni mentre la sua famiglia e moltissime altre famiglie del ceto medio in America erano possedute dall’ansia di riacquistare una sicurezza finanziaria e sociale durante il New Deal; o è stato adolescente o già combattente durante la seconda guerra mondiale o la guerra di Corea, ed ha trascorso almeno due anni risolutivi in una università, seguendo corsi in una facoltà umanistica. Lo hipster può amare la velocità e quindi le motociclette o le automobili e provare emozioni di fronte al jazz o alle manifestazioni artistiche, ma le sole nelle quali ha veramente fiducia sono la relazione e il silenzio. Un hipster può essere alla ricerca di uno stato simile al Nirvana. e il suo rapporto con la sua individualità autentica, non intellettuale, non c-motiva, asociale e amorale ricorda quello di un monaco buddista Zen». (1) E infatti Keruac nella poesia già ricordata, dedicata a Charley Parker, dice: « Charley Parker, prega per me / prega per me e per ognuno / nei Nirvana del tuo cervello / dove ti nascondi, indulgente e enorme, /. Il Nirvana, concreto, reale della beat generation è S. Francisco (a questo proposito sarebbe interessante scoprire il tessuto analogico che lega le poesie di Corso dedicate a San Francesco e la città di 123