tutte queste strane strade per le quali devo trovare città, Grazie Dio per i Beatniks. Nella Babele dell’Est degli Stati Uniti, come già accadeva nel quartiere latino di Parigi negli anni dell’ immediato dopoguerra, lo smarrimento e il vuoto intorno si riempiono nella misura in cui ci si apre alla coscienza di non essere soli. Vagheggiamento idillico di una realtà diversa, paradisi artificiali, recupero della propria individualità, lottando con tutti i mezzi contro la sopraffazione, nuovo e totale significato della fratellanza, fanno dei beatniks una schiera di « puritani degeneri » (3), legati al mito dell’Adamo a-mericano, della innocenza dell' America nei confronti della corrotta Europa, del 'sogno americano’ insomma. Mito da restituire alla sua dignità, scacciando Mammona: america sei arrivata a pensare che i poliziotti abbiano ragione, sei arrivata a pensare che la borghesia, i droghieri, i commercianti grossi o piccoli, i mercanti, siano degni di fiducia come se non fosse stato provato tante e tante volte che ti dissanguerebbero senza pensarci due volte, senza nemmeno avere la capacità di sapere di fare, oppure sapendolo, il risultato è lo stesso, la borghesia che sa di essere schiava del denaro, e la borghesia che non sa di essere schiava del denaro, il denaro lontano quanto la libertà della vita di ognuno di noi eppure sotto controllo, non c’è nessuno che abbia innalzato sopra di sè il denaro senza finire per corrompere o uccidere, in qualche modo distruggere, (4) E tanto più si crede in questo ’sogno’ della nazione eletta, tanto più cocente è la sofferenza di scoprire che la cose non stanno così, e tutta una umiliazione per un'amore deluso, un senso marale offeso sono i versi di Joel Oppenheimer. E’ facile riconoscere dunque in Thoreau il padre spirituale dei beatniks, con quel suo senso così profondo della natura, della innocenza della condizione umana ricondotta alla comunione con la natura, con la sua vagheggiata America di fatto- rie agricole, di placide comunità patriarcali. Si potrebbe dunque dire con le parole di Ferlinghetti che il tentativo dei beatniks è la ’risocializzazione’ della poesia, avviata per il tramite di un rinnovamento linguistico inteso nella sua funzione strumentale. Afferma ancora Ferlinghetti: « Le nostre poesie vi fanno dire: ’non a-vevo mai visto il mondo così prima d’ora’ ». Si tratta di una affermazione probabilmente ingenua e nello stesso tempo presuntuosa, la poesia forse non sopporta ormai da tempo un tale carico di responsabilità, ma è indicativa di una condizione, di una volontà di provare la consistenza e la resistenza ’pratica’ della poesia nel crogiolo di una realtà ’quantitativa’. Ritorna con maggiore insistenza la poetica dell’antimerce e forse, in Ferlinghetti, con una maggiore consapevolezza. Impietosamente, sempre più dentro, sempre più profondamente la poesia deve scavare, restituirci una verità perduta, la purezza della poesia è una soluzione ipocrita, una resa senza condizioni: I tuoi lindi sonetti? Io voglio leggere i tuoi più sporchi segreti scarabocchi, la tua Speranza, nella Sua più oscena Magnificenza. [Per Dio! (5) MARIO ARTIOLI (1) Abbiamo preso la definizione del dizionario di slang americano di Harold Wenthworth e Stuart Berg Flexner, riportata da Claudio Gorlier nel saggio utilissimo: La beat generation: rivolta e innocenza in Terzo Programma, 1, 1963. (2) I versi sono di Alien Ginsberg, in Etere a pag. 147 di Poesia degli ultimi americani. (3) L’espressione è di Kenneth Rexroth, la riporta Claudio Gorlier nel saggio citato. (4) I versi sono di Joel Oppenheimer, in 17-18 Aprile 1961 a pag. 385 dell'antologia citata. (5) I versi sono di Alien Ginsberg, in A un vecchio poeta del Perù pag. 177 dell’antologia citata. 125