G. BERNANOS “ Ultimi scritti politici,, Morcelliana - 1964 La lettura, a vent’anni di distanza, degli articoli che Bernanos pubblicò fra il 1945 e il 1948 (anno della sua morte) su diversi giornali francesi (« La bataille », « Le Figaro » ed altri) lascia un’impressione strana e sconcertante. Sarà la desuetudine ad un certo linguaggio apocalittico, sempre riemergente in ogni ambiente religioso nei momenti di crisi; sarà perchè lo stile, l’azione, la parola di Papa Roncalli hanno indicato ai cattolici la strada della ragione, certo è che di fronte a questi scritti che potremmo considerare il testamento spirituale, stilato nell’arco di un triennio, del grande scrittore francese, si prova un misto di repulsione e di attrazione di cui occorre chiarire i motivi per scindere ciò che è vivo da ciò che è morto in relazione agli sviluppi che la violenta polemica bernanosiano può aver avuto negli ambienti cattolici francesi (e non soltanto cattolici) di questo dopoguerra. Da un punto di vista strettamente fenomenologico potremmo definire il « profeta » come una persona che in un frangente particolarmente duro della storia del suo popolo si carica con libertà totale del dolore che ne trasuda unendo un profondo amore per l’uomo con un altrettanto profondo disprezzo per l’ordine costituito. Esso esprime questo nucleo incandescente di sentimenti con un linguaggio violento che non risparmia nulla e nessuno, ma attraverso il quale è possibile intravvedere la proposta di una riforma che può essere operata soltanto tramite il ritorno ad un passato mitico e per opera di un « salvatore » cui è affidata nel futuro la realizzazione dell’utopia. Storicizzando tale figura nella Francia del 1945 appena uscita dalla sconfitta e da Vichy e tenendo conto che per Bernanos il riscatto della Resistenza non è stata che un’illusoria parentesi, assistiamo alla violenta requisitoria che l’autore di « Les grands Cimitières sous la lune » conduce con intransigenza contro la società presente, contro la democrazia che per lui è il dominio dei mediocri per mezzo della macchina e dello « statalismo », anzi è un attentato contro la libertà della persona. « Non si capisce assolutamente niente della civiltà moderna se non si ammette per prima cosa che essa è una congiura universale contro ogni specie di vita interiore » (pag. 129). « Il mondo sa bene che rigurgita, o rigurgiterà, di macchine, ma egli sa pure che è poverissimo di umanità vera... » (pag. 45). Quali sono le prospettive di salvezza offerte da Bernanos? Innestandosi in una tradizione nazionalista che ha profonde radici nel passato (basti pensare a Bos-suet e a Péguy) egli richiama energicamente la Francia al suo passato di popolo-guida della civiltà: « Il mondo si a-spetta da noi — ho vergogna a dirlo — il mondo si aspetta — perdonatemi se oso scriverlo — il mondo, terrorizzato dai robot, dalla prossima minaccia di una dittatura capitalista o marxista di robot, si aspetta da noi — mio Dio, devo scriverlo?, non mi farò ridere dietro?... — il mondo si aspetta da noi la restaurazione universale dello spirito, attraverso la più grande rivoluzione di tutti i tempi » (pag. 62). « Francesi, o Francesi, se voi sapeste ciò che il mondo attende da voi! » (pag. 28). Non esistono però, attualmente, gli uomini, le forze capaci di tanto: non il M.R.P. (« di questo compromesso democratico-cristiano deploro che sia il nome di cristiano a fare le spese », pag. 40), non i comunisti verso i quali manifesta a più riprese una totale avversione (« il mondo marxista è un mondo del Vecchio Testamento » pag. 40), tanto meno i gruppi sparuti dei cattolici di sinistra i cui programmi sono « presi a prestito dal marxismo» (pag. 188) («io non penso a questi imbecilli » pag. 189). Notiamo, di passaggio, come nella gamma delle forze politiche egli non citi altro, sia pure per rifiutarli, che i cattolici e i marxisti. La crisi ha dissolto le istituzioni, i partiti e la stessa Chiesa di Francia. Chi potrebbe allora salvare la Nazione? Esiste un uomo che riassuma in sè le virtù che un tempo han fatto dei Francesi un popolo eletto? Esiste un condottiero cui affidare la realizzazione dell’utopia? « Quando vedo il generale De Gaulle, uscito ancora dal suo ritiro, ma sempre così bizzarramente avviluppato da una nebbia di soli- 126