tudine, dirigersi di nuovo verso questo popolo con una goffaggine tranquilla a proposito della quale mi domando ogni volta se non sia la maniera del genio di governare, ho voglia di gridargli di diffidare, di mettere prima la Francia sotto osservazione, come i veterinari prudenti fanno di un cane alternativamente agitato 0 depresso e che comincia a presentare 1 sintomi di una paralisi del treno posteriore » (pag. 233). Non è l’unica citazione che si possa e-strarre da questi scritti politici, ma è certamente la più significativa per rilevare vent’anni dopo come il tarlo del mito gollista si sia a suo tempo annidato anche nelle coscienuze più estranee e più avverse a tutto ciò che oggi il gollismo di fatto incarna e rappresenta e che allora, nel clima della minaccia atomica e della formazione dei blocchi si manifestava sotto altre spoglie. Il suo reale contenuto non sfuggiva tuttavia a uomini come Sartre o Mounier; altri, come Mauriac, vi han trovato il loro alveo naturale. « Bisogna rifare gli uomini liberi » (pagina 8); il monito paolino così profondamente sofferto da Bernanos non può più essere separato da un giudizio preciso e razionale del contesto storico in cui il cristiano, l’uomo impegnato, deve calarsi rischiando per rifare, appunto, « gli uomini liberi ». Non a caso gli odierni apocalittici trovano ospitalità proprio sulle colonne di quei giornali che, mentre lasciano ai moralisti la terza pagina, allo scopo di tenersi legati, illudendoli, gli intellettuali di ti po tradizionale, in prima pagina svelano a chiare lettere il volto reazionario delle loro scelte politiche. Bernanos non sarebbe certamente caduto nella rete, come di fatto non vi cadde mai: fu un autentico cristiano e la solitudine in cui visse i suoi ultimi anni fu il prezzo del rifiuto sdegnoso di ogni compromesso. Ma quanti oggi, insensibilmente avviluppati nel doppio gioco, travisando lo spirito di questi scritti infuocati, non arriveranno a cogliervi, a torto, un filo sottile cui saldare il proprio alibi ? Sarebbe facile raccogliere un’antologia di brani apocalittici a livello giornalistico con cui costruire un mosaico delle interpretazioni che certe zone della cultura borghese e cattolica vanno offrendo, su quotidiani o periodici, della società contemporanea. Un maestro indiscusso è certamente Eiemire Zolla che, scegliamo fra tanti, scriveva sul Corriere della sera del maggio 1963 un elzeviro intitolato: « Avanzi di cultura » da cui traiamo alcuni brani tipici: « Chi abbia in dono la contemplazione non tollera la oltraggiosa facilità del commestibile prodotto di massa... Si unificano le varie classi della cultura; ...i musicisti accettano il soccorso delle voci registrate... L'ultima distinzione è stata confusa in una società così spontaneamente irregimentata che non ha più bisogno di essere totalitaria... Questa nuova era non ò più angosciosa perchè l’intellettuale non è più distinto dalla società, ma uno dei guitti rassicuranti: le sue opere non giudicano più dal di fuori o dal fondo della notte... ». Recentemente ha ripreso le pubblicazioni la Fiera letteraria: il vecchio settimanale (perchè nulla ha mutato) sembra essersi impegnato a continuare il tono de! caposcuola: basterebbe leggere i fondi di C. Fabro, di S. Quinzio e di altri. Le domande, a dire il vero, sono assai impegnative: dove va l’uomo? non sono forse attuali le ribellioni di Schopenauer, di Nietzsche, di Dostoiyeski, di Fafka? ha un qualche senso la nostra civiltà rosa dalla crisi dei valori e dai miti del progresso? Senonchè l’irrazionalismo che permea tutta l’impostazione di questa problematica a quale risultato vuole approdare se, rilanciata su un giornale finanziato dalla Montecatini, non può fare a meno, professando un anticomunismo che preferisce i vecchi slogan al discorso razionale, di sostenere un ordine che, al contrario, vuol dar l’impressione di abbattere? Pensiamo che l’indagine sulla evoluzione della figura e della funzione del « profeta » nel passaggio dalle società a egemonia religiosa alle società a egemonia politico-economica sia assai importante soprattutto a se rivolta a cogliere in un discorso complessivo gli « invarianti » e i condizionamenti storici di un rapporto che puntualmente emerge nei momenti di crisi. CARLO PRANDI 127