Giorgia Lukács | Teatro e Ambiente L’arte scenica trasforma i destini in immagini. Ma le immagini sceniche che vedemmo ieri e che vediamo ancor oggi non riescono quasi mai a comunicarci i destini e-spressi da Shakespeare. Che cos'è, in fin dei conti, l’arte scenica? La maniera in cui un regista intelligente trasforma una nuda struttura verbale in immagini visive. Sta di fatto però che i destini da rappresentare sono già contenuti per intero nel dialogo di Shakespeare. L’azione scenica nella maggior parte dei casi non è che una riproduzione ina-deguata, o addirittura una distruzione e falsificazione arbitraria, di quel che è già stato reso pienamente dalle parole. Le parole del dialogo comunicano le tensioni esistenti nel rapporto fra umanità e società (la società è ambiente e strumento del destino dell’umanità), e tale tensione le rende immagini. L’arte scenica della tragedia greca non consiste nella riproduzione di palazzi marmorei. Consiste piuttosto nell’aspirazione del cittadino greco all’individualità, ossia ad uscire dalla sua vita in quanto cittadino della polis, e nello stesso tempo nella sua incapacità interiore a superare i confini della vita della polis. Di qui nasce l’arte scenica di cui parliamo, il paesaggio spirituale della tragedia greca. Ancora repressa nell’opera di Eschilo, in cui la vendetta tragica è ricacciata per ordine divino e dentro l’ambito della polis, raggiunge la tensione massima in Sofocle, nella cui opera la transizione dalla moralità della polis all’etica individuale porta ad un singolarissimo equilibrio tragico di azione e psiche, di perso-sonalità e società. Ne risultano un’autosufficienza e una complessa struttura interna che non si ritroveranno più se non in Shakespeare. ■k ie -k L’arte scenica del teatro borghese moderno è esattamente il contrario. La società ha acquistato un enorme potere sul piano prati- co; ha perduto la caratteristiche nette e definite che aveva nella polis e nel Medio Evo; si presenta come ambiente, come una forza aliena e inevitabile di fronte all’umanità. L’io interiore dell'umanità è vincolato da tale ambiente e insieme va alla deriva in esso; vuole almeno liberarsi dalla conseguente alienazione. L’immagine scenica diviene così per la prima volta un’entità indipendente. Ha una esistenza separata dal dialogo, benché solo entro tale ambiente il dialogo possa aver luogo. Questa arte scenica ha radici profonde nella vita sociale dell’era borghese; come disse Fredrich Hebbel più di un secolo fa, essa esprime « le spaventose limitazioni di una esistenza unilaterale ». Il tema della distorsione e dell’alienazione della personalità umana nell’ambiente sociale borghese, e della lotta comica tragica e tragicomica contro di esso domina tutto il teatro da Hebbel e O-strovskij fino a Cecov e O’ Neill. É perciò logico che chi pratica tale tipo di teatro tenda a creare una scena di ambiente, che non cessa di essere ambiente anche quando sia stato raffinato soggettivamente fino a divenire atmosfera. Fra questi due estremi l’arte scenica di Shakespeare è il grande tertium quid. Essa riuscì a mantenere le forme popolari esteriori del Medio Evo pur usandole come mezzo di espressione artistica delle nuove grandi tragedie rinascimentali basate sul conflitto fra l’individualità e il senso sociale. La posizione affatto singolare che Shakespeare occupa fra i suoi contemporanei dipende da una parte dal suo rifiuto di attenuare la vitalità popolare delle sue scene con l’introdurre una qualsiasi forma di classicismo, e dall’altra dalla sua capacità di realizzare, in un clima tragico e teso, la fondamentale armonia dell’interdipendenza etica fra elemento personale e elemento sociale. Il Rinascimento seguì due princìpi nella sua concezione dell’essere umano. Per la prima volta nella storia assunse come valore supremo l’auto-realizza- 3