Gino Baratta | Slllla pOeSÌ3 di Rocco Scotellaro Il mondo lucano che Levi dice velato di veli neri, sanguigno e terrestre, quella terra da G. Stolfi presentata senza canti e leggende, è innanzi tutto la terra di Scotellaro, di quel Rocco figlio non venduto di Francesca Armento. Si rileva questo possesso proprio in considerazione dell’affetto che, se non sempre si è tradotto in parola poetica autentica, s’è fatto ogni volta legame accorato, proprio perchè il poeta ha ritrovato nel paesetto lucano il mondo del focolare, delle scarpe di suola incerata, delle tomaie alte delle donne contadine, del cerogeno minuscolo sul lare. E quanto al poeta premessero queste istituzioni, lo si capisce dal fatto che le ripete nella scansione desolata proprio dei primi versi di È fatto giorno (1). Non tanto occorre insistere, a proposito di questi versi, su una conquista ottenuta per forza di stile, quanto sul fatto che sono quelle cose stesse ad urgere, a dare tensione al suo esercizio poetico: sono cose tanto patite e concrete, da ricusare una qualsiasi denominazione di figurae o di topoi retorici. Infatti nelle composizioni degli anni ’40, '41, queste istituzioni stridono prepotenti nel verso ancora letterato, che si potrebbe documentare negli stilemi che più chiaramente tradiscono le letture frequenti, da Saba, a Sinisgalli, a Pavese, fino a quella che più d’ogni altra si ritrova nell’esercizio giovanile di Scotellaro: la lettura pascoliana cioè, che, più pericolosa ed affascinante, ha irretito, quasi, il poeta alle prime armi. L’esemplificazione si può produrre da composizioni ancora del '48: Passeggiano i cieli sulla terra (2), come del ’41: C’è una nebbia di mattina... ad indicare il colorismo impressionistico e pure edonistico che si raddensa nella visione di un paesetto lucano, tanto aerea che sembra ricalcare il sintagma pascoliano del monastero in mezzo alla montagna cerulea, quando poi si tenga presente il motivo fonico della zirlio dei grilli, del suono del cam- pano al collo, e quello dei sottilissimi nastri d'argento che nella misura ripete il pascoliano finissimi sistri d'argento. E se ciò non convincesse, ecco le foglie di mandorli, l’acqua sorgiva, le raganelle sentite suonare il tempo nascosto tra le viole; ed una più ricca raccolta di voci pascoliane, anche estrapolate dai versi, si può documentare: zecca, salma, cardi, lippa, gheppi. Lo spoglio linguistico dimostra l'esistenza di una flora e di una fauna comuni a Pascoli ed a Scotellaro. È certamente importante rilevare ciò, per comprendere che fin dall’inizio Scotellaro è posto al bivio della scelta linguistica: o la suggestione del lessico peregrino, in diminutivo, di stampo pascoliano e tendente allo stile alto; o l’adozione di un lessico quotidiano, realistico nella soluzione regionale, ma tale da non essere mai compiaciuto e tutto tendente al dettato di tono medio; ossia: Scotellaro deve scegliere tra l’accensione lirica (propria anche del post-ermetismo) e lo sliricamento linguistico che dica la opacità tutta di un certo modo di vivere. A chiarire come Scotellaro abbia proceduto nella seconda direzione, può essere utile sottolineare come la gioia e il pianto del mondo, nel Pascoli, esprimano una dimensione piccolo-borghese del sentimento, mentre il tempo per il riso e il pianto sia in Scotellaro più concretamente macerato, patito prima dall'uomo e mai inventato; ritrovato non solo in se stesso, ma in un intero popolo. Vogliamo insistere su tale concreta macerazione e consapevolezza umana, perchè solo in questa direzione Scotellaro supera il dubbio e l'esitazione della scelta, accogliendo dalle cose le parole più convincenti, cariche come sono di un peso umano non generico, ma storico, politico e perciò personale. Parlare della folla di stracci presa nel gorgo dei propri affanni è già un toccare concretamente le cose, le persone, ed allora i diminutivi paesetto, viuzze, capretta, casine im- 6