bianchite dall’alba, non hanno il valore di una affettazione borghesuccia (3), nè il significato di una tenuità crepuscolare (4), ma quello dell’affetto accorato di cui prima si diceva, affetto reso più profondo dalla consapevolezza che tale mondo è in frantumi. Che fin dai primi versi si incontri un mondo sgretolato, disintegrato rispetto agli istituti sociali progressisti, è confermato proprio dal fatto che gli uomini ricompaiono, uscendo dalla terra di Lucania, con i panni e le scarpe e le facce di sempre. Sono presenze che nella poesia non trovano nulla di perentorio o di violento. Più che di accusare, si tratta di constatare l’inconsapevole immobilismo contadino: e la constatazione è ribadita dall'invito a considerare, a vedere, che i contadini portano ancora le ghette di tela, quelle stesse di una volta. Il senso delle prime composizioni di Sco-tellaro va quindi ritrovato nella scoperta dei gesti, delle parole, degli oggetti in una monotona iterazione, che non si può dire fermi lo scorrere storico degli accidenti, in quanto questi non hanno mai costituito storia. I contadini ed i pastori suonano sempre le antiche zampogne e dicono con il verso umile e dimesso di Scotellaro: suoneremo la nostra zampogna soffiando nella pelle della capra, batteremo sul nostro tamburo la pelle del tenero coniglio. C’è effettivamente nelle prime poesie di Scotellaro un attacco di canto astioso, talvolta duro (mai però di stile alto) contro una realtà in cui nessuno è mai morto, in quanto nessun contadino ha mai cambiato toletta. Questo canto unitonale, pieno di rancore, è dato proprio dalla corposità imprescindibile delle « cose », di quelle istituzioni quotidiane che costringono Scotellaro a scegliere (oggettivandola) la realtà fatta di focolare, di greggi, di terra scarnita. A suffragio di ciò, basterebbe riportare quel ritratto di vecchia morta, tutto piedi, dal ventre gonfio di camomilla, o la pancia piena della sorella del poeta, chiusa e cupa nel pudore scontroso dei propri sentimenti, donna attonita alla propria sorte, resa quasi inconsapevole di sè come la cagna che riposa nella strada. La presenza plastica della terra lucana, degli uomini dal millenario destino maledetto convincono il poeta (e prima l'uomo Scotellaro) della necessità di un mutamento; ma fin dall'inizio si ha una parola poetica che, si direbbe, nasce disillusa, smagata. Scotellaro non è mai stato cantore epico: solo il mito di uno Scotellaro capostorno ambirebbe ad una siffatta immagine. In realtà si ha lo Scotellaro più autentico nella di-seroicizzazione della sua persona e dei suoi personaggi. Se si dovesse rinunciare a tale direzione di studio, si rischierebbe di fare del nostro un ulteriore magico simbolo del Sud. Così possiamo continuare con l’affermare che l’accusa violenta dell’uomo, nel verso è rallentata e, a poco a poco, resa più umile, di tono medio, dalla stessa natura degli uomini e della terra; vogliamo dire che il concretosensibile della vita quotidiana umilia, rende più pacata e, perciò, storicamente più incisiva la stéssa rivolta protestataria. Quanto scriviamo è confermato dai versi delle prime sezioni di È fatto giorno. È già palese il venir meno, il calare della tensione violenta nella metafora dei contadini in fuga, le cui ombre si allungano e scompaiono nella notte, o in quella dei braccianti impiccioliti nel fascio dei fanali / che scappano nei campi come lepri. Ma più sintomatiche a dimostrare il progressivo instaurarsi del tono medio, come esito di consapevolezza e di disillusione umana (e più tardi di sconfitta politica) sono le vicende dell’amore e degli affetti, scanditi da un tempo e da una quotidianità illusori. Per quanto concerne l’amore, possiamo vederne la natura e la necessità nel fatto che si presenta inserito nella dimensione rigorosa delle « cose »: è l’amore cresciuto nella stalla vicina, amore di cui rimane l’odore di carne nel letto, infine sempre amore che permette solo di stare caldi insieme. La vera natura dell’amore è da vedersi in questo povero bisogno di caldo, di comunione tanto profonda da rendere lo sposo capace di vedere la faccia gialla della sposa dopo aver violato il segreto dei bianchi confetti. In questo senso l’amore è sempre, in germe, amore coniugale; il tono medio delle parole ci convince di questa sua qualità: sperar salvezza è vano a noi due poveri infelici che ci siamo presi per mano. C’è quindi il tono poetico derivato da un rancore represso: una frustrazione e umiliazione dell'affetto. Dopo la domanda: vuoi quieta lasciarti prendere, amare? dalla misura larga, quasi serena e cantante nell'invito, ai due non rimane altro che sapere di poter insieme vivere e morire. I gesti, i rumori quotidiani, il muoversi degli a-nimali assistono all'amore, ne segnano il tempo, ne concludono la inamena vincenda; i muli che si muovono nel sonno, il fremito delle bestie per la biada, il raspare dei cavalli atterriti, l’asina nel sottoscala con i suoi brividi, fino alle galline che raschiano la terra, fino ai ferri dei muli sulle selci. Per le stesse ragioni la donna sarà sempre una reseda selvaggia prima, e poi sposa e madre, donna insomma che non tenta, perchè non se ne va, così come se n’è andata la donna straniera che ha ceduto così presto e per la quale il pastore, dopo, ha suonato così a lungo. 7