Una siffatta tematica di tono medio è indicata dalle poesie del primo Scotellaro; precedono quasi tutte il 1948. Da questo anno inizia l'esercizio poetico più duro e impietoso, accompagnato com’è da un impegno politico quotidiano, frantumato e sretoriciz-zato dalle richieste continue (giuste, e nel contempo snervanti) che gli abitanti di Tricarico rivolgono a Rocco. Da una parte dunque una piccola politica che affatica il poeta ogni giorno; dall’altra la grande politica entro cui gli ideali della Resistenza subiscono una mortificante involuzione per il conservatorismo politico della classe dirigente; mentre parallelamente si ha l’inaridirsi dei contenuti della poesia dell'immediato dopo-guerra (5). Scotellaro non è solo un testimone di tale svolta politica, è anche ostile accusatore di una classe dirigente che non manteneva promesse e calpestava nuovamente i diritti del Sud: ciononostante la situazione politico-cul-turale, unitamente alle incertezze ideologiche del poeta (che vanno ascritte alla sua formazione giovanile), incide ed è presente nel suo verso. Gli affetti e l’esistenza stessa frustrati, che già abbiamo individuato come elementi connotativi della poesia precedente il '48, vengono d’ora in poi umiliati ulteriormente, in un soggettivismo autolesivo, costretti in una angustia sentimentale pari alla angustia politica in cui erano come cristallizzati. Parole dimesse, che traducono la corrosione dei sentimenti un tempo forti, testimoniano l'avvilimento della voglia di vivere: M’hanno permesso la vita che meno. Se prima del '48 la poesia di Scotellaro non aveva ancora del tutto rinunciato al tono violento, dopo questo anno l’esperienza politica ed umana determina una parola più spoglia, che presenta contenuti più diseredati. Le presenze sono più chiuse, più regionalmente fissate: il trainiere che portava il sale, gli sposi sterili che comprano il fratello di Rocco, i contadini che muoiono, così come il padre del poeta, senza fare la pace col mondo, e nella cui gola rimane la parola della rivolta. Presenze non gridate, ma come sgranate lentamente in un canto elegiaco, forse, ma mai prorompente come r.ella allocuzione di certi primi versi. Se le poesie prima del '48 presentano una realtà oggettivata dal poeta, cioè una realtà osservata e, diremmo, storicizzata dalla consapevolezza critico-politica, dopo questo anno egli non solo possiede la chiave di magia, senza cui non si può entrare nel mondo lucano, ma nella magia di questo mondo si immerge, ne ripete il cantilenare delle nenie, e, proprio in / padri della terra se ci sentono cantare, si rivela più nitidamente la fondamentale mancanza di coralità della sua poesia: Scotellaro comincia a rimanere solo come poeta, solo come capostorno. Cantate, che cantate? Non molestate i padri della terra. Le tredici streghe dei paesi si sono qui riunite nella sera. Il canto d’ora in poi si risolve nell'amarezza per una situazione che permane immutata. E l’immobilità è suggerita dallo spegnersi della allocuzione del primo verso nella corrosione di una speranza, che subisce il morso del sarcasmo. Scotellaro d’ora in poi sarà sempre più attirato dalle leggende e dalle tradizioni magiche della Lucania: le nenie, le lamentazioni, l’icasticità del proverbio e della formula di scongiuro, sono tutti elementi piegati alla costruzione del mito della terra e del paese (6). Il poeta prima del ’48 aveva due vie ancora aperte: l’una l’avrebbe portato alla soluzione dialettale, ma oggettivata e storicizzata, del verso; l'altra l’avrebbe costretto alla soggettivazione del mondo magico, mediante l’illusoria redenzione di questo attraverso la complicazione lirica del primigenio sentimento del mondo e dell’uomo. Scotellaro s’illude di « scegliere » la seconda via, alla ricerca di una presunta maggiore autenticità. La magia (in chiave ancora di ritardante post-ermetismo) è la pseudo-salvazione del poeta, così come la narcosi del mezzo litro di vino è la panacea di vita per il contadino. Ormai la presenza dei padri di cui il broncio dura così a lungo viene riferita alla situazione del padre dello stesso poeta cui, come s’è visto, era rimasta nella gola la parola della rivolta. Questo angolo morto della Lucania, di cui solo un ubriaco si sente padrone, è ancora l’angolo delle tredici streghe, della pupa della fattucchiera; e la stregoneria penetra fino ai santi maligni. La rivolta è rimandata al giorno del giudizio: Ci cacceranno domani dalla patria, essi sapranno aspettare il giorno del giudizio: ognuno accuserà. Dirà la sua anche la vecchia sbiancata dai lampi... Intanto, fino al giorno del giudizio, non c’è che da ripetere monotonamente, senza ira nè impazienza: noi siamo i deboli degli anni lontani... noi siamo i figli dei padri ridotti in [catene... noi siamo le povere pecore savie dei nostri padroni... Sarà questo d’ora in poi il canto monocorde a cui la rivolta contadina si è ridotta: si comprano gli animali e si mettono in fila; si comprano gli uomini e si portano scortati a dormire all’addiaccio con le pecore. Anche il fatto di sangue porta ad un esito di ripiegamento; lo dimostrano i versi che 8