Scotellaro scrive, Per un giovane amico assassinato. La stessa struttura rievocativa è indizio di un cedimento che si fìssa nella constatazione rassegnata. Il far parlare il giovane in prima persona porta al tono elegiaco e commosso, fino al verso lapidario Così una falce ci fa nemici! Così una falce taglia netto! dal giro iterativo, ma già ieratico nella risonanza di un lontano scongiuro magico. I contadini di Scotellaro trovano dunque la forza della rivolta solo nel momento estremo della vita, quando la loro sarà la faccia dei morti violenti. Ma prima sono soli a gridare ... e col morbo, e la cattiva sorte nessuno sarà con noi... ... oggi ancora e duemila anni porteremo gli stessi panni dove si riprende il motivo già noto dei panni e le scarpe e le facce che avevamo, e l’altro più insistente del padre che, fuggito in America, non ha nessuno, se cade, che lo rialzi. Dal tono medio di Primo sciopero (1947), tono medio necessitato da un avvilimento di coscienza politica, Sperduti siamo in questo mezzogiorno nella lunga mulattiera coronata da agavi sempreverdi il poeta perviene alla voce litaniante di certi versi di Topi e condannati (1948) Poveri siamo e poveri siamo stati, domani ci ficcano dentro, neH’inferno. Ma Scotellaro ha avuto finora almeno questa schiavitù contadina di lamento accorato, ha avuto finora almeno la libertà contadina di tentare, e il tentativo politico ha assunto nella voce poetica il tono medio. Se fino al 1948 la notazione paesistica era trascorsa da un impressionismo coloristico alla conquista di una monocromia grigia, afona ed umiliata, dal '49 in poi solo raramente la poesia di Scotellaro presenta una autenticità paesistica, e quando questa è raggiunta, l’esito si ottiene attraverso una certa aggressione al paesistico, attraverso la metafora che rileva in modo ambiguo e distorto, risentito e deformante gli aspetti del reale. Si possono vedere come esempi La trebbiatura, del ’49, con le case, madonne incagnate, e Notte in campagna, in cui le Pleiadi sono incenerite, l’Orsa è sgangherata, sull’orizzonte pulito. In seguito, per il poeta lontano dal paese, la terra diverrà un topos retorico, carico di nostalgia, azzurrato di lontananza; il ricordo la caricherà di stereotipi, di istituzioni mitiche, perfette nella pretesa veristica (cfr. Cena del 1952). La terra diverrà spesso letteratura e si farà tutt’uno con la storia del poeta, con la canzone elegiaca delllnfanzia, nella quale la storia di Scotellaro sarà anche, confusa, la storia della madre e del padre. Se ci è permessa una formula vieta: la città è il male, la terra è il bene, l’innocenza; con le conseguenze che derivano dall’impostazione di questo sentimentale parallelo. Il tono medio aveva coinciso con l’autenticità poetica, nonostante l’incertezza prima, e la frustrazione politica poi. Dal ’49 il topos dell’io, e l’autobiografia sono l’ultima possibilità di canto. Si assiste dunque ad una riduzione ulteriore: dalla dimensione di respiro regionale (con il linguaggio e gli istituti a quella inerenti), all’immersione del poeta nella corrente mitico-magica, fino alla sillabazione più privata e gelosa dell’esperienza personale. In ciò sembra aver avuto ragione P. P. Pasolini, quando, anche a proposito di Scotellaro scrisse: « .. attraverso il crollo e lo stato spregevole del mondo esterno, è la propria persona, con la sua allegria e la sua angoscia, a presentarsi come l'unico valore superstite (7)». A meglio chiarire e per non lasciare una conclusione non documentata, possiamo dire che la persona, unico valore superstite, costringe la poesia di Scotellaro a divaricarsi in due ben precise direzioni: quella del canto nostalgico per l’infanzia, per il padre e la terra; e quella dell’amarezza, piena di un rancore impotente. Seguire queste due direzioni, ci permetterà di concludere con le già trascritte parole di P. P. Pasolini. Il motivo autobiografico dell’infanzia era già stato miticamente sviluppato nella poesia che si conclude col 1948, comprendendo anche questo anno. Il topos della infanzia senza storia è affondato nella nebulosità del sogno della madre che vede le guerre del figlio nella strada, irta di unghie nere e di spade; la strada ch’era il campo della lippa e l’imbuto delle grida rissose di noi monelli più figli alle pietre. (1947) L’immagine di un tempo amorosamente revocato si fa, nello stesso anno, più concreta, ma, nel contempo, un po’ generalizzata: si riferisce ad un modello di ragazzo del sud, tra il selvatico e lo scontroso: Hai rovesciato l’uova calde dei nidi, hai stretto nel pugno il ventre delle [passere spezzasti i nervi alle foglie velluto per sfilare l’iniziale di Gesù. Ma subito l’anno successivo, l’immagine si tipicizza ulteriormente. Quanta responsabilità hanno in ciò i Levi, i Rossellini, i Visconti, i De Sica? L’infanzia appartiene ora al mito di un intero Sud. Ed ho sputato vino con altri bambini dalla testa grossa... ... crescemmo a frotte in ogni vicinato fiori di delinquenti piedi nella guazza. 9