Fino a questo punto, pur con le riserve espresse, il motivo dell'infanzia e della presenza dell'io è reso autentico e, spesso, convincente dalla scelta linguistica regionale: il sacco di grano duro, il mucchio delle mandorle abbattute, le trazzere, le mascalcie, le lettiere al sole, la strada vaccaglia, la meta della paglia, le focagne, i pirastri lucenti; sono gii istituti che delimitano lo spazio e il tempo della mitologica infanzia. Dal '49 in poi il verso del poeta si caratterizza attraverso i frequenti chimismi lirici, intessuti da una grammatica notevolmente mutata rispetto a quella che aveva dato struttura alle poesie degli anni precedenti (8). Si presentano soluzioni stilistiche fatte più rare, stupefatte: come Vestiti all’alba, l’aria ti accoglie, il sole viene dopo, tu sei pronta, o tutte raccolte nella privatezza di certa repentina sensazione: come le seguenti: ... i fiori sono ancora nelle foglie e la scorza è lenta a respirare. Mi prese la tua luce dai cespugli la notte mi avrebbe sommerso... o ancora compiaciute delle suggestioni di costume e di tradizione: È cigliato nello stipo il grano del sepolcro per Gesù bendato... o, infine, le immagini si fissano nella incantata ed apparentemente semplice volontà descrittiva: Le chiome degli alberi a marzo sono mani periate di giovani. ... Non si cresce, lo sapete, in amore: È sempre per giovani e vecchi uno sforzo. È evidente come la sintassi poetica ora sia strumento di evasione linguistica, mezzo di disimpegno e surrettizia liberazione da quei contenuti largenti che avevano dato tensione al verso precedente di Scotellaro. Il climax lirico, già indicato dalle frequenti soluzioni, si alza progressivamente e si fa più privato attraverso le complicazioni psicologistiche, che sono dunque ulteriori indizi della conclusiva evasione cui tende la poesia dell'ultimo Scotellaro. Ed è interessante sottolineare che la trama di tali complicazioni è tessuta sul rapporto madre-figlio. La casa è tua ora che te ne vai... ... Muorimi, mamma mia, che ti vonò [più bene... Mamma, tu sola sei vera. E non muori, perchè sei sicura. Ormai la madre è solo la madre di Rocco Scotellaro, ed il colloquio avviene esclusiva-mente tra l’io (del poeta) e il tu (della madre, non più, quasi, donna lucana). La conclusione di un tale provvisorio colloquio è da vedersi in certe parole rassegnate e lamentose del poeta: Oggi è secco il mio cuore Sono scontento stanotte mi addormento senza amore. Se si tengono presenti dunque i chimismi lirici e le complicatezze psicologiche su accennate, si comprende meglio come il motivo dell’infanzia mitica si generalizzi nel motivo autobiografico, che si presenta entro un tono patetico c commiserativo. Anzi, si può dire senza alcun dubbio, che la nozione del tempo, che risulta dal tessuto poetico entro cui l’autobiografia si svolge, non può che risolversi come circolarità: cioè non si ha nozione di tempo storico, ma nozione di tempo mitico, immobile, costruito di corsi e ricorsi che necessariamente si concludono in inamovibile circolarità. Questa infatti ha investito prima il mondo contadino, in seguito la vicenda autobiografica di Rocco; infine ha persuaso il mito personale a farsi uno coi mito paterno: il padre, ossia l’alter-ego di Scotellaro: l’America, Patterson, per il padre; il nord, Torino, per il figlio. Ecco la conclusione: Ho imparato, in più di te, che i fatti maturano da soli e so che saranno disgrazie inevitabili... E qui si legga chiaramente; per dire, poi, che i fatti non maturano mai da soli, pena il fatalismo magico, la privatezza della parola, o il ripiegamento accorato nel mito di una terra che non è più vera, ma esotica e troppo affettuosamente cantata, come ben si può vedere in Passaggio alla città, dove la nostalgia della terra fa dimenticare al poeta che quella è tutta amara e lo costringe a caricare la terra gialla e rapata di suggestioni, che rendono più ideali del necessario le presenze, che da Scotellaro stesso avevamo imparato concrete e radicate nel senso dell'umano: terra gialla e rapata che sei la donna che ha partorito, e i fratelli miei e le case dove stanno e i sentieri dove vanno come rondini e le donne e mamma mia, addio, come posso dirvi addio? Al verso salmodiante nella enumerazione, al nostalgico topos del ritorno, preferiamo l’amarezza e l’aspro risentimento di un'altra enumerazione: sono i personaggi dell’infra-storia che troviamo in Domenica. Le vittime di una involuzione e di una malacoscienza, sono i poveri e gli amanti poveri, le puttane che pure il giorno di Natale e di Pasqua / salgono le scale tirandosi le code di seta, e lavano i membri. / E tutti gli uomini e le donne, i giovani e i vecchi / che non se la sentono oggi di battere le mani. 10